Otium et Negotium

Iniziamo col dire che stare da soli non è un male. Tutti noi abbiamo bisogno di farlo. Di avere un luogo o un attimo in cui non dobbiamo dare conto a nessuno e raccogliere le idee. Questo non significa essere asociali. Né che questo debba essere lo standard. Significa solo sapere stare con noi stessi. E, a dirla tutta, non è sempre facile.

Senza scomodare Seneca con l’ozio e il negozio, possiamo tranquillamente dire che sapere stare da soli è funzionale al sapere stare con gli altri. Le due cose si bilanciano a vicenda.

Ognuno di noi sceglie come farlo. Io, nello specifico, quando ho bisogno di stare un po’ da solo prediligo lo “spostamento”. Lunghe passeggiate a piedi, in moto, viaggi in auto. Forse perché a casa mia, c’era sempre qualcuno che scassava e stare da solo non era materialmente possibile. Non saprei. Sta di fatto che tutti i momenti più delicati della mia vita sono stati accompagnati, letteralmente, da chilometri macinati.

Questo non significa che domani andrò a piedi a Capo Nord. Ma solo che se a volte non risulto sui radar è perché sto “resettando”.

E il giorno dopo, invece, per farmi stare zitto dovrete solo abbattermi!

Mihrab

IMG_0530.JPG

Quasi tutti, per fortuna, abbiamo un nucleo familiare alle spalle e, con questo, un fitto corredo di aneddoti e storie che hanno caratterizzato la vita dei nostri genitori e, in qualche modo, influenzato i nostri gusti e la nostra coscienza.
Queste vicende però nn sempre ci vengono raccontate davanti ad un focolare. Anzi. A dirla tutta quasi mai: La famiglia media di quando ero piccolo io si riuniva già per lo più intorno al tubo catodico.

Gli indizi di queste storie e di questo passato quindi spesso restano disseminati un po’ qua è un po’ là in casa e negli anni, tra soprammobili e indumenti, tra nomi scelti e nomi letti. Così, senza che ce ne accorgiamo, diventano parte del quotidiano.

Quando sei bambino non ti poni il problema del perché ti chiami in un certo modo o perché in casa tua ci sono determinati oggetti o come mai si usino certi termini nel linguaggio di ogni giorno. Eppure un motivo c’è.

E mentre se hai casa zeppa di libri di moto e auto e tu sei appassionato di motori l’equazione è presto fatta, in altre circostanze il collegamento esiste ma tu non hai le coordinate per venirne a capo. Non è colpa di nessuno semplicemente hai tanti tasselli ma ti sfugge il collante.

Finché un bel giorno vai ad ascoltare una conferenza, molto di nicchia, e solo allora, nell’arco di due ore, tutti i pezzi vanno al loro posto. Il puzzle si compone. Il disegno nn poteva che essere quello. Era il solo possibile ed era semplice, ma tu nn ci eri mai arrivato.

PS: Resta il fatto che alcune cose nn te le spiegherai mai. Ma a pensarci bene forse è davvero meglio così.

Buon viaggio Pecetta

IMG_9959.JPG

Oggi sono un po’ triste. Una persona a cui tengo tra poche ore parte e nn so quando tornerà. Parte per un viaggio lungo e avventuroso. Verso una destinazione lontana e a me sconosciuta.
Ma il fondo il bello di un viaggio è proprio questo. Il cambiare ciò che ti circonda e, con questo, in qualche modo, cambiare un po’ anche quello che c’è in noi. Nn so se la persona che tornerà sarà la stessa che è partita.
Ma sn felice che lo abbia fatto.

È parecchio che nn faccio un bel viaggio. Un po’ mi manca. Mi mancano quelle estati con due lire in compagnia dello Sciarpino. Erano massacranti ma tornavi “come nuovo”. Perché una cosa, più di altre, va riconosciuta alla dimensione del viaggio: Ha una notevole componente catartica.
Una condizione in cui essere onesti con se stessi è più semplice perché tendiamo a nn farci schiacciare da sovrastrutture e convenzioni di culture diverse, perché nn le conosciamo. Ma neppure dalle nostre, perché lontani da casa tendiamo a nn applicarle: Nn verrebbero capite.
Il viaggio è un momento per fare il punto. Per risettare le priorità, per scoprire tanto di nuovo ma, a volte, comprendere il valore di quanto si è lasciato o la sua assoluta inconsistenza.

La cosa difficile, in questi anni di viaggi mancati, è stata quella di cercare di guardarmi dentro come se fossi solo e a 30000 km da qui. Senza dare conto ad altri, se nn a me stesso, di chi o cosa volessi essere o diventare.
E vero, come dicevo stasera, forse io nn ho una grandissima immaginazione e nn scriverò mai di posti che nn conosco (al contrario, avrei voluto fare il cronista per descrivere con obiettività quanto mi si parava davanti), eppure sono riuscito a rivedere la mia vita e le mie priorità nn grazie ad un percorso itinerante ma da una prospettiva orizzontale. O, se preferite, da fermo.

Quando studi al liceo ti parlano della “catarsi delle passioni” che sublima la tragedia e che ti cambia dentro dopo averti portato il cuore all’apice del tumulto. Io questa esperienza l’ho vissuta in 10 minuti una notte di 3 anni fa in cui ho pensato che il cielo, e con lui la mia vita, mi stessero crollando in testa. E mi sono dovuto violentare per calmarmi e spiegare a me stesso che come il cielo sarebbe rimasto lassù, io sarei sopravvissuto. Beh, fuori di metafora, quella è stata la mia piccola tragedia. È bastato un attimo.
Come è noto però, quello che nn ti uccide ti rende più forte.
E io so il fatto mio.

Buon viaggio Pecetta

Il sigaro, l’Armagnac e il guanto nella mucca…

IMG_9128.JPG

Ok dopo il pistolotto affettivo di ieri avverto la necessità di un qualcosa di dissacrante sulla mia stessa persona. Anche perché io nn amo prendermi troppo sul serio e certo nn voglio che lo facciano gli altri.

Oggi ragionavo sul fatto che probabilmente ci sono in me parecchie cose strane.
Entriamo subito in argomento con un grave esempio: sono napoletano ma il caffè nn mi piace, ne amo l’odore al mattino ma ne detesto il sapore.
Già questo basterebbe. La discriminazione nn ha limiti per i partenopei nn caffeinomani, senza contare che un caffè costa circa un euro, un succo, invece, 2/3 volte tanto. Cornuto e mazziato.

Procediamo: nn fumo, nn bevo (il resto lo pratico, grazie), magno ma ultimamente con moderazione.
Nn conosco le marche delle sigarette e neppure dei sigari, nn conosco la formazione del Napoli di Maradona a memoria, e neppure i liquori (Armagnac, questo sconosciuto), reggo bene l’alcol ma i superalcolici mi fanno pietà e ringrazio il mio amico Francesco, barman di altissimo livello, che mi vuole bene anche se ai suoi cocktail continuo a preferire la Coca Zero.
Che vita triste penserete. Macché, me la scialo! Solo che di alcune cose nn capisco un cavolo e altre nn mi piacciono e basta.

Oggi però una mia giovane amica che, manco a dirlo, conosce perfettamente tutte queste cose (come sentirsi inadeguati davanti alle nuove generazioni) in 5 minuti mi ha spiegato, tra le altre 1000 cose, come si capisce se una mucca è incinta con un guanto in silicone e un pizzico di buona volontà (vi risparmio in cosa consiste il pizzico di buona volontà perché magari avete mangiato da poco) ma dimostrando così al povero sfigato qui presente che il radical chic che nella vita nn ha mai pestato una merda secca neppure per sbaglio in realtà forse sono io. Sterco a parte l’amica dalla risata argentina ha colto in pieno il punto.
Almeno prima andavo il moto e condivo la pizza col Sint 2000. Adesso manco più quello!
Stessi finalmente invecchiando???

Naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa 😎😎😎