Ohana

In Italia si parla spesso e volentieri di Famiglia. Se ne parla a destra e a sinistra. Le si aggiungono spesso aggettivi, quali Naturale o Tradizionale. Ristretta o Allargata. Il mondo del lavoro la considera, in termini economici, l’ultimo ammortizzatore sociale.

Per me invece la famiglia è un concetto parecchio più ampio. Va considerata in una accezione estesa del termine che include le relazioni strette di affetto e amicizia, anche non strettamente parentali.

E così è successo che la mia piccola famigliola, nel tempo, è cresciuta costantemente, rispondendo con ogni probabilità ad un mio bisogno di rapporti socio-affettivi.

Ai familiari in senso stretto si sono aggiunti gli amici del liceo, a questi quelli dell’università, insieme a loro mia Moglie e infine i miei colleghi. Ognuna di queste persone mi ha regalato, anche ultimamente, nuovi e preziosi amici.

In alcuni casi sono stati loro a entrare nella mia vita, in altri invece sono stato io ad essere, letteralmente, adottato. Negli ultimi cinque anni mi è successo almeno due volte. Circostanze in cui mi sono sentito amato e accolto: la prima da nuovi colleghi e oggi da nuovi amici.

Questo senso di appartenenza, questo affetto incondizionato, è un debito che io mantengo verso queste persone. Il loro è il regalo più grande che mi si potesse fare.

L’affetto e l’empatia verso di loro sono le radici del Sodalizio che cerco di onorare giorno per giorno. Per me non c’è tesoro più prezioso e questo post è per dirvi grazie.

P.S.: Un grazie speciale a mia moglie che, con il suo amore, mi consente di essere me stesso e, allo stesso tempo, di proseguire nel tentativo di migliorarmi.

Napoletano – State of Mind

Il napoletano ha delle sue regole grammaticali strette e bellissime, ma a sua volta si evolve come ogni lingua viva parlata da un popolo.

Se poi questo popolo è ingegnoso e immaginifico, come quello partenopeo, il risultato è esilarante ma anche molto saggio e in ogni caso bellissimo.

È un idioma capace di descrivere tutto lo spettro delle emozioni, sa essere dolce, romantico e strappacuore, eppure non esiste nulla di più volgare se vuole esserlo. Ha una capacità di sintesi e contrazione dei termini che al confronto l’inglese è inutilmente prolisso.

Una lingua che ne contiene in sé diverse altre, grazie ai secoli di contaminazioni francesi, castigliane e catalane. Un’indole araba e una africana nella musica completano il dipinto di quella che, come recentemente sottolineato da Luca Persico, è “la lingua più diffusa da Roma a Milano”, ma non solo. Per restare su Persico, l’homo neapolitanus – nel bene e nel male – è il “più diffuso prodotto di esportazione italiano”.

Eppure il napoletano non è più solo Massimo Troisi, l’emigrante di Ricomincio da Tre. Il napoletano – anche grazie alla sua capacità di espressione – si “ricolloca”, “e ha colonizzato” (ibidem) tutto il mondo – difficile trovare luogo senza sentirne uno – perché è abituato a sopravvivere in quella immensa palestra a cielo aperto che è Napoli. Una volta raggiunta la maggiore età infatti (ma spesso anche prima), è pronto a vivere a qualsiasi latitudine. Tutto gli sembra più facile. Più lento. A volte quasi noioso, rispetto a una città dove magari si è fatto secco, ma ha imparato a non morire.

PS: il napoletano tifa Napoli. Sempre e comunque. Pure se non se ne importa 😉