Gomorra me genuit, Suburra me rapuere

 

Vivo a Roma da dieci anni. Una città che, seppure coi miei tempi, ho imparato ad amare. E tuttavia in questi anni ho assistito ad una sua involuzione, letta da molti come un’indicibile decadenza. 

Ma prima devo fare un passo indietro, perché non è qui che sono cresciuto. 

Sono nato in un palazzo sui colli in “capo al monte”, dove una volta c’era una stanzetta che allora mi sembrava grandissima. Il palazzo, situato in un curvone, al passare dei mezzi pesanti ballava come l’albero maestro di un brigantino. 

Con gli anni la stanzetta è diventata progressivamente più piccola, ma mai angusta, e anche la sua popolazione è raddoppiata, forse in omaggio a Poggioreale. 

Si è arricchita di poster, foto, manifesti, bandiere, quadri e cartoline. Impianto stereo, libri, fumetti, armadio e scrivanie. Anche il letto si è rimpicciolito. E anche quello ha avuto ospiti, di tanto in tanto. 

Solo una cosa è rimasta pressoché la stessa: Il paesaggio. Una reggia nel verde, da un lato, una certosa e un castello dall’altro. In mezzo il mare, un vulcano e un’isola lontana. 
Sotto i miei occhi una città che, forse per paura del Vesuvio, non ha mai avuto la velleità di essere la Città Eterna, ma che è capace del miracolo di morire e rinascere ogni giorno. 

Napoli è dove sono nato ed è questo luogo che mi ha forgiato nella violenza delle sue contraddizioni. Vivo Suburra ma Gomorra mi ha insegnato quello che so. 

E anche se capisco che è assurdo accostare le due città, forse il punto è questo: Napoli con tutti i suoi terribili difetti precipita in un abisso da oltre cent’anni ma è capace di restare sempre se stessa. In un equilibrio indolente che è insieme la sua virtù e la sua più grande condanna. 

E Roma? A volte temo non sia pronta. Ho paura che la sua bellezza e il suo essere centro di potere l’abbiano tutelata per secoli, come un genitore fa con il figlio piccolo, ma che qualcosa adesso sia cambiato. 

A lei un in-bocca-al-lupo di cuore. Perché oggi ne ha bisogno e perché, se Dio vorrà, un giorno è qui che cresceranno i miei figli. 

(CREPI!)