AD10S

Y un día ocurrió. Un día lo inevitable sucedió. Es un cachetazo emocional y nacional. Un golpe que retumba en todas las latitudes. Un impacto mundial. Una noticia que marca una bisagra en la historia. La sentencia que varias veces se escribió pero había sido gambeteada por el destino ahora es parte de la triste realidad: murió Diego Armando Maradona.

Il Chiummo

Foto di Michela Corrado

In napoletano il termine “Chiummo” (lett. piombo) viene efficacemente utilizzato per rendere l’idea di un qualcosa il cui peso specifico appare sproporzionato. Una “pesantezza dell’essere” atta a rendere grave ogni circostanza.

Il partenopeo è portato geneticamente a trasformare ogni situazione in una pièce teatrale tragicomica. Per questo motivo, la mancata reattività ad una battuta è difficile da accettare e può costare agevolmente questo infamante epiteto.

Il Chiummo, infatti, per sua natura “pesantizza”. Per capirci, può ricordare molto il Carlo Verdone figlio dei fiori che parla col padre, Mario Brega: un fiorire (appunto) di filosofia e di approfondimenti su qualcosa la cui natura è in definitiva abbastanza spicciola.

La “pesantezza”, tuttavia, è un concetto assai vasto e che interessa diversi campi. A Napoli molti di questi hanno in realtà un’accezione positiva, perché associati storicamente alla sostanza e al benessere. Anche in italiano diamo “il giusto peso alle cose”. Il peso, quindi, a suo modo è un valore (il sovrappeso no, direbbe mia moglie, quello è un’altra cosa).

Una volta, un’anziana signora, titolare della pizzeria che mi aveva visto crescere (in altezza, ma anche in larghezza), per farmi un complimento davanti ad una bella ragazza disse: “Signuri’ tenetene conto di questo giovinotto. Questo è ‘nu guaglione di peso, qualità e misura!”.

Io capii che per lei era stato un vero e proprio panegirico, ma la mia amica, che doveva pensarla diversamente, non mi ha più chiamato…

Napoletano – State of Mind

Il napoletano ha delle sue regole grammaticali strette e bellissime, ma a sua volta si evolve come ogni lingua viva parlata da un popolo.

Se poi questo popolo è ingegnoso e immaginifico, come quello partenopeo, il risultato è esilarante ma anche molto saggio e in ogni caso bellissimo.

È un idioma capace di descrivere tutto lo spettro delle emozioni, sa essere dolce, romantico e strappacuore, eppure non esiste nulla di più volgare se vuole esserlo. Ha una capacità di sintesi e contrazione dei termini che al confronto l’inglese è inutilmente prolisso.

Una lingua che ne contiene in sé diverse altre, grazie ai secoli di contaminazioni francesi, castigliane e catalane. Un’indole araba e una africana nella musica completano il dipinto di quella che, come recentemente sottolineato da Luca Persico, è “la lingua più diffusa da Roma a Milano”, ma non solo. Per restare su Persico, l’homo neapolitanus – nel bene e nel male – è il “più diffuso prodotto di esportazione italiano”.

Eppure il napoletano non è più solo Massimo Troisi, l’emigrante di Ricomincio da Tre. Il napoletano – anche grazie alla sua capacità di espressione – si “ricolloca”, “e ha colonizzato” (ibidem) tutto il mondo – difficile trovare luogo senza sentirne uno – perché è abituato a sopravvivere in quella immensa palestra a cielo aperto che è Napoli. Una volta raggiunta la maggiore età infatti (ma spesso anche prima), è pronto a vivere a qualsiasi latitudine. Tutto gli sembra più facile. Più lento. A volte quasi noioso, rispetto a una città dove magari si è fatto secco, ma ha imparato a non morire.

PS: il napoletano tifa Napoli. Sempre e comunque. Pure se non se ne importa 😉

Gomorra me genuit, Suburra me rapuere

 

Vivo a Roma da dieci anni. Una città che, seppure coi miei tempi, ho imparato ad amare. E tuttavia in questi anni ho assistito ad una sua involuzione, letta da molti come un’indicibile decadenza. 

Ma prima devo fare un passo indietro, perché non è qui che sono cresciuto. 

Sono nato in un palazzo sui colli in “capo al monte”, dove una volta c’era una stanzetta che allora mi sembrava grandissima. Il palazzo, situato in un curvone, al passare dei mezzi pesanti ballava come l’albero maestro di un brigantino. 

Con gli anni la stanzetta è diventata progressivamente più piccola, ma mai angusta, e anche la sua popolazione è raddoppiata, forse in omaggio a Poggioreale. 

Si è arricchita di poster, foto, manifesti, bandiere, quadri e cartoline. Impianto stereo, libri, fumetti, armadio e scrivanie. Anche il letto si è rimpicciolito. E anche quello ha avuto ospiti, di tanto in tanto. 

Solo una cosa è rimasta pressoché la stessa: Il paesaggio. Una reggia nel verde, da un lato, una certosa e un castello dall’altro. In mezzo il mare, un vulcano e un’isola lontana. 
Sotto i miei occhi una città che, forse per paura del Vesuvio, non ha mai avuto la velleità di essere la Città Eterna, ma che è capace del miracolo di morire e rinascere ogni giorno. 

Napoli è dove sono nato ed è questo luogo che mi ha forgiato nella violenza delle sue contraddizioni. Vivo Suburra ma Gomorra mi ha insegnato quello che so. 

E anche se capisco che è assurdo accostare le due città, forse il punto è questo: Napoli con tutti i suoi terribili difetti precipita in un abisso da oltre cent’anni ma è capace di restare sempre se stessa. In un equilibrio indolente che è insieme la sua virtù e la sua più grande condanna. 

E Roma? A volte temo non sia pronta. Ho paura che la sua bellezza e il suo essere centro di potere l’abbiano tutelata per secoli, come un genitore fa con il figlio piccolo, ma che qualcosa adesso sia cambiato. 

A lei un in-bocca-al-lupo di cuore. Perché oggi ne ha bisogno e perché, se Dio vorrà, un giorno è qui che cresceranno i miei figli. 

(CREPI!)