Curiosi come un mulo

Essere una persona curiosa è molto stimolante. Tutto appare interessante e degno di essere approfondito. Il mondo dei curiosi non è fatto di assoluti -bianco/nero, bello/brutto, giusto/sbagliato- è un caleidoscopio di colori, ricco di mille sfumature. Certo è più impegnativo, di sicuro meno semplice. Ma infinitamente più bello e, soprattutto, meno noioso.

Un mondo imprevedibile, fatto di infinite sollecitazioni quotidiane. Poco propenso forse alla speculazione fine a sé stessa, ma non per questo meno riflessivo pur di comprendere a fondo chi o cosa gli si pone di fronte. Capire davvero quello che lo interessa è la sua missione e il resto, semplicemente, lo annoia.

Il curioso sa anche che per meglio comprendere quanto lo circonda non gli serve trincerarsi dietro schemi e preconcetti ma, senza smarrire se stesso, deve imparare a destrutturarsi e ricomporsi con le categorie altrui.

Ma attenzione. Questa disponibilità caratteriale non va confusa con la mancanza di un proprio punto di vista. Sarebbe un errore grossolano. Il curioso sa bene cosa vuole e, per quanto affascinato da ciò che è altro da sé, difficilmente cambia idea. Al contrario, tutti questi stimoli, tutti questi approcci differenti, gli servono spesso per avere un riscontro costante circa la bontà delle sue convinzioni.

Ergo Curiosi sì, ma come un mulo

P.S.: In fondo a volte basta iniziare ad impiastricciare. E chissà che non venga fuori qualcosa di buono…

Usi e costumi del palazzo imperiale di Mostàh-Khàn

 
 

In questo periodo, con una certa frequenza, mi reco nella esotica Mostàh-Khàn, ad una latitudine imprecisata nei pressi del mitico Gràh, il fiume circolare, unico nel suo genere. 

Più di una volta ho bighellonato (e mi sono anche perso) nei meandri del grande palazzo imperiale, che affaccia sul Gràh e che, secondo la leggenda, pare sia stato edificato ad opera di un’antica regina chiamata El-Enàh. 

L’architettura del grandioso edificio è cromaticamente sobria. Diversa da quella tipica locale dai colori variopinti. Tutti i lavoranti del palazzo indossano delle caratteristiche vesti bianche, alcune lunghe fin sotto al ginocchio, altre più corte, ma sempre abbottonate sul davanti, secondo la cultura locale. 

Qualcuno, più alla moda occidentale, sfoggia oggi sotto la veste una camicia con cravatta oppure indumenti differenti con scollo a “V”, secondo gli usi tribali. 

Il palazzo è sempre pieno di visitatori che, a seconda dei diversi orari della giornata, in osservanza della propria religione, praticano particolari tipi di infusioni che pare rilassino parecchio oltre a fare davvero bene. 

Mi ha colpito notare come i locali, su quella sorta di tunica cui accennavo, abbiano cucito un taschino dove collezionano lapis e penne in quantità, oltre a strani foglietti colorati, forse utili per i frequenti riti propiziatori. In particolare ha attirato la mia attenzione uno dei gingilli che portano al collo, a mo’ di crocifisso. 

Si tratta di un oggetto dalla forma circolare. Una sorta di disco con un piccolo foro centrale collegato con una struttura tubolare in gomma a forma di “Y”. Questa non richiede di essere messa intorno al collo ma vi aderisce grazie ad un ingegnoso sistema metallico. 

Secondo la tradizione locale, posizionando le estremità della “Y” nei padiglioni auricolari, attraverso il disco è possibile sentire la vita di un altro essere umano! 

Un po’ come quando si dice che poggiando all’orecchio una conchiglia si sente il mare. Buffo no?!

Mi hanno sempre affascinato le credenze indigene. Così strane e, in fondo, ingegnose. E mi sono chiesto se la nostra civiltà, per noi così moderna e scientifica, un giorno verrà giudicata, con ironia e condiscendenza, da altri. 

È stato allora che l’ho vista…

IMG_0837.JPG

Per età anagrafica nn sono, per così dire, “di primo pelo” ma neppure prossimo al prepensionamento. È il caso di dire che, seppure con le evidenti pregiudiziali del caso, barcollo ma nn mollo. Eppure oggi mi sn sentito improvvisamente vecchio.

Questa mattina, ancora “inzallanùto” di sonno, sono uscito da casa e ho avuto la netta sensazione che fosse arrivato l’inverno. Non riuscivo a spiegarmelo eppure anche la luce della bella giornata mi appariva un po’ lugubre. Ben presto ho capito: la potatura degli alberi dava al panorama un ché di spettrale.
Un po’ intristito e con una punta di ansia mi sn avviato verso l’ufficio. La strada, per essere un lunedì, era stranamente sgombra. Tutto mi appariva vagamente surreale. Sembrava la scena di una pellicola post apocalittica con Will Smith. Esterno giorno, tempo stupendo, la città deserta. Al Colosseo mi aspettavo quasi che un esercito di zombi salisse sull’autobus.
E invece no.

È stato allora che l’ho vista. Che ho visto Lei.
Caviglie sottili, gonna sotto al ginocchio, cuffiette iPod ultimo modello, borsetta agile, … altezza 140 cm, età over ’90, calze 900 denari (praticamente una muta da sub), mascella volitiva, capello alla Nicoletta Orsomando, bastone in lega leggera con luce a led incorporata, laccio da polso e gommino antiscivolo. Quasi mi aspettavo i Google-glass. Nn mi avrebbe meravigliato neppure vederla prendere posto con un triplo salto mortale.
La vecchietta Terminator 2.0. Quella che spedisce in traumatologia gli scippatori del caso. A guardarla l’ho subito immaginata madre inossidabile di almeno tre figli, opportunamente divisi tra incursori del reggimento di San Marco, granatieri di Sardegna e parà della Folgore.

Dopo poco il “mezzo” è ripartito e la vecchietta, dritta come un fuso, nn si è scomposta di un millimetro. Pareva attaccata a terra coi “fisher” (che a Roma chiamano “stop”).
Deve essere stato in quel momento che la mia sindrome da Peter Pan ha subito un colpo ferale. Quando quella sorta di Highlander ha attirato la mia attenzione e, con voce ferma e decisa mi ha chiesto:
“Qui c’è un posto, si vuole sedere???”

Il sigaro, l’Armagnac e il guanto nella mucca…

IMG_9128.JPG

Ok dopo il pistolotto affettivo di ieri avverto la necessità di un qualcosa di dissacrante sulla mia stessa persona. Anche perché io nn amo prendermi troppo sul serio e certo nn voglio che lo facciano gli altri.

Oggi ragionavo sul fatto che probabilmente ci sono in me parecchie cose strane.
Entriamo subito in argomento con un grave esempio: sono napoletano ma il caffè nn mi piace, ne amo l’odore al mattino ma ne detesto il sapore.
Già questo basterebbe. La discriminazione nn ha limiti per i partenopei nn caffeinomani, senza contare che un caffè costa circa un euro, un succo, invece, 2/3 volte tanto. Cornuto e mazziato.

Procediamo: nn fumo, nn bevo (il resto lo pratico, grazie), magno ma ultimamente con moderazione.
Nn conosco le marche delle sigarette e neppure dei sigari, nn conosco la formazione del Napoli di Maradona a memoria, e neppure i liquori (Armagnac, questo sconosciuto), reggo bene l’alcol ma i superalcolici mi fanno pietà e ringrazio il mio amico Francesco, barman di altissimo livello, che mi vuole bene anche se ai suoi cocktail continuo a preferire la Coca Zero.
Che vita triste penserete. Macché, me la scialo! Solo che di alcune cose nn capisco un cavolo e altre nn mi piacciono e basta.

Oggi però una mia giovane amica che, manco a dirlo, conosce perfettamente tutte queste cose (come sentirsi inadeguati davanti alle nuove generazioni) in 5 minuti mi ha spiegato, tra le altre 1000 cose, come si capisce se una mucca è incinta con un guanto in silicone e un pizzico di buona volontà (vi risparmio in cosa consiste il pizzico di buona volontà perché magari avete mangiato da poco) ma dimostrando così al povero sfigato qui presente che il radical chic che nella vita nn ha mai pestato una merda secca neppure per sbaglio in realtà forse sono io. Sterco a parte l’amica dalla risata argentina ha colto in pieno il punto.
Almeno prima andavo il moto e condivo la pizza col Sint 2000. Adesso manco più quello!
Stessi finalmente invecchiando???

Naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa 😎😎😎