Expo 2015 – Fuga da Milano

  

Milano, la città che ha fatto del suo nome un brand, oggi – primo maggio e giornata inaugurale di Expo 2015 – invece appare come il set di uno scenario post atomico.

Un deserto, grigio di cemento e nudo di persone. Strade vuote, metro vuota, esercizi chiusi, serrande abbassate, cani zero. 
La sensazione, complice il tempo inclemente, non è quella di una giornata di festa, lenta di una calda e pigra sonnolenza. Quanto più quella grigia di un’afflizione disincantata
Alla stazione di Porta Garibaldi alle 10 del mattino è ancora tutto chiuso, tranne un bar. Unici popolanti le forze dell’ordine. Polizia e Carabinieri sono schierati in notevole quantità, seppure in divisa e non in tenuta antisommossa. 
Una presenza massiccia, pensata però più per scoraggiare e mostrarsi in una sobria eleganza, che per intervenire e sporcarsi le mani. 
Ovunque, dagli edifici alle metro, dalle stampe sulle confezioni agli spot in TV, ogni cosa rimanda ad Expo. La sensazione di una campagna così totalizzante però, non è quella di una gioiosa promozione commerciale, quanto più quella strisciante di qualcuno che ci ha messo la faccia e che adesso ha paura che questo baraccone miliardario possa infine rivelarsi un flop, mostruoso. 
E così, tra un “cappuccio” e una “brioche”, nella giornata in cui tutti, pare, debbano arrivare in città (perché al momento non c’è nessuno), NOI saliamo in treno e ce ne torniamo a casa, all’Esquilino.
Buon primo maggio a tutti! 

Instituti Orientalis Neapolitani

20140112-165523.jpg

Università di Napoli “L’Orientale”

Ognuno di noi ha degli argomenti di cui parla con maggior piacere. I motivi per cui questo avviene sono i più diversi e tutti pienamente legittimi.
Personalmente sono anni che mi dedico, anche se non quanto vorrei, all’estremo oriente. Il mio interesse, che per competenza non arriva a potersi definire neppure un hobby, mi accompagna costantemente dal primo anno di iscrizione all’università che, già dal nome – “L’Orientale” di Napoli – avrebbe dovuto suggerirmi qualcosa.

Il glorioso Istituto Universitario Orientale, come si chiamava fino a qualche tempo fa, ha una tradizione di secoli e affonda le sue origini nel mondo religioso. A quanto mi risulta era il luogo dove, dopo il 1730, venivano mandati i giovani sacerdoti ad imparare il cinese (e le altre lingue orientali appunto) per poi partire alla volta dell’estremo oriente e fare opera di proselitismo.
L’Orientale dei primi anni novanta era un posto idilliaco (e per molti versi ritengo lo sia ancora): in pieno centro storico, all’interno di una sorta di campus naturale, milieu intellettuale e fucina alternativa. Luogo allo stesso contempo di lotta e di governo; di studio e di cazzeggio. Un posto dove non ti iscrivevi per diventare un manager milionario, per quello c’era già la Federico II, ma perché volevi capire, confrontarti, conoscere. Conoscere qualcosa che era altro dal tuo contesto, altro dalle tue certezze. Perfetto per chi, forse come me, sentiva che quelle certezze inculcate se non dalla famiglia certo dalla società erano, alla fine, molto relative e voleva ascoltare campane diverse.

Io nn sapevo ancora tutte queste cose quando mi sono iscritto e devo ringraziare chi mi ha convinto in pochi minuti e con un solo sguardo a snobbare l’ateneo federiciano per votarmi a quel posto un po’ naïf, dove le sedute di laurea si svolgevano in una cappella sconsacrata, dove l’eccentrico era la regola e l’ordinario puzzava di stantio. Un posto dove le lezioni si tenevano seduti gli uni sugli altri e tu con la borsa occupavi la mattonella anziché la sedia o la poltrona. Corsi con docenti istrionici come Franco Mazzei, estemporanei e eccezionali come Percy Allum e carismatici come Giorgio Mantici e per i quali rimbalzavi da un lato all’altro del centro storico, da un palazzo stupendo al successivo. Dalle Mura Greche alla Matteo Ripa. Dall’aperitivo al Vibes alla pizzetta di Sica. Islamisti, sinologi, yamatologi. Una mischia-francesca di interessi e di ragazzi da tutta Italia.
A suo tempo, infatti, per studiare cinese o giapponese toccava andare in alternativa solo a Venezia alla Ca’ Foscari, ma se volevi fare Scienze Politiche con cinese o giapponese quadriennali nn avevi alternative. Dovevi venire a confrontarti con Napoli e con l’Orientale, pure se “stavi di casa” a Milano o a Verona.

All’Orientale sono stato una vita. È stata la mia palestra nella palestra. Quando l’ho salutatA (per me è donna, come Napoli) l’ho fatto perché era ora e perché ormai tempo di conoscere e toccare con mano qualcosa di diverso.

Poco dopo sono andato via anche da Napoli. Ma solo per modo di dire.