Curiosi come un mulo

Essere una persona curiosa è molto stimolante. Tutto appare interessante e degno di essere approfondito. Il mondo dei curiosi non è fatto di assoluti -bianco/nero, bello/brutto, giusto/sbagliato- è un caleidoscopio di colori, ricco di mille sfumature. Certo è più impegnativo, di sicuro meno semplice. Ma infinitamente più bello e, soprattutto, meno noioso.

Un mondo imprevedibile, fatto di infinite sollecitazioni quotidiane. Poco propenso forse alla speculazione fine a sé stessa, ma non per questo meno riflessivo pur di comprendere a fondo chi o cosa gli si pone di fronte. Capire davvero quello che lo interessa è la sua missione e il resto, semplicemente, lo annoia.

Il curioso sa anche che per meglio comprendere quanto lo circonda non gli serve trincerarsi dietro schemi e preconcetti ma, senza smarrire se stesso, deve imparare a destrutturarsi e ricomporsi con le categorie altrui.

Ma attenzione. Questa disponibilità caratteriale non va confusa con la mancanza di un proprio punto di vista. Sarebbe un errore grossolano. Il curioso sa bene cosa vuole e, per quanto affascinato da ciò che è altro da sé, difficilmente cambia idea. Al contrario, tutti questi stimoli, tutti questi approcci differenti, gli servono spesso per avere un riscontro costante circa la bontà delle sue convinzioni.

Ergo Curiosi sì, ma come un mulo

P.S.: In fondo a volte basta iniziare ad impiastricciare. E chissà che non venga fuori qualcosa di buono…

Muzungu


Sembra che superati i trenta si inizi a ragionare. Verso i quaranta pare, invece, sia tempo di bilanci.
Non credo a tutto questo. Per quanto mi riguarda, più che di un bilancio, al massimo si tratterebbe di una curiosità.

Per carattere non amo i congiuntivi “da rimpianto” del tipo: ah, se avessi preso questa o quella decisione… Ma chi di noi non si è mai chiesto come sarebbe stata la sua vita se avesse fatto una scelta piuttosto che un’altra. Se quel famoso giorno invece che andare a mare fossi rimasto in montagna, o cose così.

Premetto che credo in ognuna delle scelte che ho fatto e non ho rimpianti. O forse un paio sì.

Avrei voluto descrivere in presa diretta paesi lontani come inviato di un quotidiano. Non so se avrei avuto la sensibilità e l’ostinazione necessari a fare il mestieraccio con la schiena dritta, ma mi sarebbe piaciuto. Avrei voluto saper raccontare con l’ironia di Caprarica, il fascino di Frajese, l’onesta di Pio d’Emilia, l’aneddotica di Montanelli, la simpatia di Zucconi, l’acume di D’Avanzo e, magari, la voce roca e scatarrante di Bordìn.

Un mostro in pratica.

In alternativa, ragionavo, avrei amato essere Muzungu, l’uomo bianco di Giobbe Covatta. Un missionario laico nell’Africa nera o in estremo oriente. Il monologo finale di Muzungu andrebbe trasmesso periodicamente. Le missioni di tutto il mondo si riempirebbero come il San Paolo la domenica.

E invece di fare queste belle scelte ho fatto un po’ come il Mark Renton di Trainspotting: ho scelto di non scegliere, o quasi (anche qui un grande monologo finale).

La verità forse è che ancora non ho deciso cosa farò da grande… Spero solo di capirlo prima della meritata pensione.

PS: Queste righe sono dedicate ad alcune persone speciali che a volte, per motivi diversi, non riescono a dormire, ma che tanta parte hanno nella vita l’uno dell’altro. E nella mia.

Buonanotte