Special Thanks 


A volte per sentirsi speciali non serve avere vinto il nobel o il premio Pulitzer. E nemmeno essere campioni di Moto GP. 

A volte per sentirsi speciali basta andare a un matrimonio di due persone speciali, che conosci da sempre e che decidono di mettere la corona ad un sogno per troppo tempo negato. 
Emozionarsi per la bellezza di una persona che conosci dalla prima media che, bellissima di suo, ne sposa un’altra, se possibile, ancora più fica. 

Restare a bocca aperta, pronto a piangere come un bimbo, per parole e frasi di una dedica che hai sentito a stento tra le urla dei bambini, ma di cui capisci il senso fin da subito, perché avresti voluto la sensibilità per scriverla di tuo pugno. 

Rivedere degli amici dopo oltre 20 anni. Sorrisi che forse sono cambiati, ma che in fondo sono sempre gli stessi. Fratelli, sorelle e zii. Genitori che da bambino ti accompagnavano a casa in macchina – perché Napoli è già abbastanza difficile per un bambino che gira da solo di giorno, figuriamoci la notte-. 

Persone che, quasi un quarto di secolo fa, ti hanno aperto casa loro e dato da mangiare. Che nella dolcezza più assoluta magari oggi non ricordano cosa hanno fatto 5 minuti prima, ma che al contrario, per qualche assurdo motivo, si ricordano ancora di te! 

Grazie per avermi fatto sentire speciale. Grazie per avermi fatto sentire così. 
Auguri a voi e alla Cucciola!!! 

P.S.: “Per fortuna abbiamo tutti delle belle mani…”.

A-Social Network

Passata una certa età sembra sia strutturale fare dei bilanci. Ma per me evidentemente è ancora presto. Io che ancora non ho ben compreso cosa farò da grande, ogni tanto sono felice perché, a dispetto della confusione circostante, capisco qualcosa di me o di come vorrei che fosse la mia vita. 

E non parlo per forza di massimi sistemi oppure di virtù fondamentali ma anche solo di cosa davvero mi piace fare, al netto delle convenzioni e dei luoghi comuni, oppure di come non voglio essere, alla faccia della società e delle sue regole non scritte. 

Tra le piccole e non trascurabili cose che ho ormai chiare c’è che sono una persona estremamente socievole ma i cd. social network mi annoiano. Tremendamente. Sono consapevole che se stessi facendo i “3 giorni” adesso mi manderebbero dallo psicologo eppure è così. Non escludo di essere un caso di studio eppure sospetto che come me, più o meno nascosti o poco consapevoli, ce ne siano tanti. 

Ebbene sì, sono diverso. Riesco a ricordare il compleanno dei miei cari anche senza Facebook, mi piace stare con le persone e mi interesso a loro anche senza andare a guardare quello che hanno fatto nel fine settimana. Di più: mi piace che siano loro a raccontarmi la loro vita, nei modi e nei tempi che ritengono opportuni. Oppure siano liberi di non farlo, perché ritengono che possa non interessarmi o che, al contrario, non debba farlo. 

E se un amico non ti racconta qualcosa va bene così. Ci sta. Lo farà se è quando lo riterrà opportuno. Ma non voglio doverlo scoprire io facendomi i fatti suoi attraverso le sue foto, o quelle di una rete di amici comuni. Amo la tecnologia e ne vivo quotidianamente. Eppure una foto su Instagram, per quanto stupenda, non sostituirà mai l’emozione del racconto di chi l’ha scattata e i suoi occhi mentre lo fa. 

Soprattutto se lo sta facendo significa che ha sottratto una mezz’ora alla sua giornata per venire a raccontarlo a me. Quando questo avviene non c’è telefonata o interruzione che tengano. 

Lo so. Vedere tutti non è sempre semplice. È vero. Però la scelta fa parte della vita. È inevitabile fare delle scelte. Alla fine sono queste che ci caratterizzano, nel bene e nel male. E a ogni scelta corrisponde una rinuncia. Qualche dottoressa parlerebbe di una “perdita”. 

Eppure 24 ore sono tante e per stare vicino alle persone a cui teniamo a volte basta davvero poco. 
Buonanotte 

Casatiellum 


Mentre venti di guerra attraversano il pianeta, l’homo neapolitanus è assolutamente focalizzato sulla sua guerra pasquale, divisa tra pranzo della domenica e come raggiungere l’isola di Ischia, frigo in spalla, a Pasquetta. 

Tattiche e strategie militari che fanno invidia al Pentagono e ai Navy Seals, vengono esposte e vagliate – a partire dal 7 gennaio – nelle war-rooms partenopee: al mattino nel bagno di casa e di sera in cucina (con il Tg1 di sottofondo). 

Per essere pronti al conflitto che si scatenerà in queste due giornate si è assistito, nei giorni precedenti l’avvio delle ostilità, alla presa d’assalto di supermercati e cremerie per le scorte di salumi, formaggi e bevande. 

Tutto questo mentre nell’altoforno casalingo, acceso ormai dalla vigilia di Natale, la Mamma prepara la “madre di tutte le pastiere”, la MOAP. Quest’arma chimica è accreditata di poter determinare forme di diabete istantaneo in soggetti macrobiotici, salutisti e senza familiarità alcuna. Pare basti un contatto. 

E tuttavia il dolce citato, che tanto piace da bambini, da grandi ha un competitor salato, l’arma finale: il letale casatiello. 
Con la maggiore quantità di uova mai concepita per millimetro cubo e con il suo concentrato di Colesterolo Killer, il casatiello è la bomba atomica di Pasqua. Un ordigno dotato di Intelligenza Artificiale, accreditato di Machine Learning e di capacità riproduttiva autonoma modello Idra di Lerna. Al suo confronto La Morte Nera non è nessuno. 

Una volta cresciuto nella notte, un casatiello “adulto” è potenzialmente eterno. Al suo interno trova posto qualunque avanzo (a ben guardare si trova pure il nonno) e ogni famiglia lo rende più gustoso e appetitoso, a sua discrezione. Da questo punto di vista, infatti, il sistema è Open

Prima dell’avvio delle ostilità, infine, in molte case si applica da anni la dottrina c.d. del “divano preventivo”. Questa pratica zen prevede una profonda compenetrazione tra uomo e sofà non solo dopo pranzo, ma anche prima di sedersi a tavola. 

Molti ritengono infatti che aiuti a rilassare le pareti dello stomaco, così da consentire l’introduzione di una maggiore quantità di tracchiolelle al momento desiderato. 
Molti santoni napoletani, chiamati anche “Panze Importanti” – per oscuri motivi -, possono meditare sei, anche otto ore consecutive, prima e dopo la cerimonia. 

Questo stato, non proprio ascetico, ma certo incline al trascendente, viene favorito da ingenti quantità di bevande sacre durante i riti propiziatori, grazie alle quali si hanno ripetute testimonianze di visioni mariane. 

La scelta del maggiore utilizzo di pastiera o casatiello nella risoluzione delle controversie dipende molto dagli scacchieri internazionali, dalle contingenze, dal gusto e dalla disponibilità di ciascuno. Rappresenta,  in fondo, una scelta di campo, una filosofia di vita. 
Quanto a me, dopo anni di confronto e senza pregiudizio alcuno, posso citare Virgilio quasi alla lettera: 

Pastiera me genuit, Casatiellum me rapuere. 

Buona Pasqua! 

Muzungu


Sembra che superati i trenta si inizi a ragionare. Verso i quaranta pare, invece, sia tempo di bilanci. 
Non credo a tutto questo. Per quanto mi riguarda, più che di un bilancio, al massimo si tratterebbe di una curiosità. 

Per carattere non amo i congiuntivi “da rimpianto” del tipo: ah, se avessi preso questa o quella decisione… Ma chi di noi non si è mai chiesto come sarebbe stata la sua vita se avesse fatto una scelta piuttosto che un’altra. Se quel famoso giorno invece che andare a mare fossi rimasto in montagna, o cose così. 

Premetto che credo in ognuna delle scelte che ho fatto e non ho rimpianti. O forse un paio sì. 

Avrei voluto descrivere in presa diretta paesi lontani come inviato di un quotidiano. Non so se avrei avuto la sensibilità e l’ostinazione necessari a fare il mestieraccio con la schiena dritta, ma mi sarebbe piaciuto. Avrei voluto saper raccontare con l’ironia di Caprarica, il fascino di Frajese, l’onesta di Pio d’Emilia, l’aneddotica di Montanelli, la simpatia di Zucconi, l’acume di D’Avanzo e, magari, la voce roca e scatarrante di Bordìn.

Un mostro in pratica. 

In alternativa, ragionavo, avrei amato essere Muzungu, l’uomo bianco di Giobbe Covatta. Un missionario laico nell’Africa nera o in estremo oriente. Il monologo finale di Muzungu andrebbe trasmesso periodicamente. Le missioni di tutto il mondo si riempirebbero come il San Paolo la domenica.  

E invece di fare queste belle scelte ho fatto un po’ come il Mark Renton di Trainspotting: ho scelto di non scegliere, o quasi (anche qui un grande monologo finale).

La verità forse è che ancora non ho deciso cosa farò da grande… Spero solo di capirlo prima della meritata pensione. 

PS: Queste righe sono dedicate ad alcune persone speciali che a volte, per motivi diversi, non riescono a dormire, ma che tanta parte hanno nella vita l’uno dell’altro. E nella mia. 

Buonanotte 

Lo Zen e l’arte dei mezzi pubblici


Cercare di essere in armonia con quanto ci circonda è un concetto molto zen e forse molto poco romano, tantomeno partenopeo. 
Io di certo orientale non sono e nemmeno credo in quei principi filosofici, ma devo dire che questa logica, nei limiti del mio carattere, mi trova d’accordo. 

Eppure ci sono esseri umani che fanno proprio di tutto perché tu decida di appiccicarli al muro anche se questo significa mettere da parte la tua presunta pace interiore. 
Qualche giorno fa, ad esempio, dopo una giornata lavorativa molto intensa, salto sull’autobus per tornare a casa. In coda era pieno, al centro non era possibile stare a causa di un odore nauseabondo, aria condizionata neanche a parlarne, così ho guadagnato un posticino a lato dell’autista. 
Nemmeno il tempo di afferrare gli “appositi sostegni”, ancora prima di ripartire, mi dice che No, vicino alla porta non potevo stare perché lui non vedeva! Così mi sono fatto più indietro ma No, così non vedeva di lato. 

Allora ho chiesto se un po’ più indietro andasse finalmente bene ma No, “l’auto” era tanto grande, potevo bene andare in fondo oppure al centro, non era necessario stessi lì! 

A quel punto tra il caldo, la puzza e la cafonaggine ho risposto che sarei ben sceso piuttosto che dare seguito ai suoi modi e così ho fatto. 
Devo ammettere che, in quel momento, complice la stanchezza, non ho augurato al suddetto di vincere al Superenalotto e neppure di passare un’estate da sballo, però già che io non gli abbia usato violenza credo mi ponga, a buon diritto, tra i prossimi beati. 
Mi sono detto Non ci pensare, prendi il bus successivo che magari arrivi anche prima. È così ho fatto. Eppure tenevo d’occhio la vettura e contavo in un sorpasso (il secondo bus salta alcune fermate, a Roma si chiama Linea Express) ma ad un certo punto l’ho perso e mi sono rassegnato. 
Eppure dopo qualche minuto, in cima ad una salita, dopo un semaforo e una stretta svolta a destra, lo rivedo. A mano a mano che ci stavamo avvicinando mi accorgo che non era fermo… con le 4 frecce. 

Si è rotto! Ho pensato con un certo ghigno. 
Poi però, arrivando in piano, ho visto una nuova Fiat 500 subito prima, anche lei con le luci di emergenza e il lato anteriore sinistro completamente grattato via …e di colore arancione. Come se un autobus (uno a caso) facendo una curva stretta non l’avesse vista.

Il mio ghigno aumentava…
Poi ho visto la signora alla guida della 500 che inveiva in maniera brutale contro “l’amato” autista che subiva, accusava e aveva perso la sua tracotanza. 

Super ghigno…
Ma la mia soddisfazione nel salutarlo mentre si giustificava con il collega, autista della mia vettura, quello no, non ha prezzo! 

Ghignissimo. 
L’armonia era finalmente tornata ad abitare nel mio cuore. 

PS: In fondo però la bestia aveva ragione: da quel lato davvero non ci vedeva! 

Ohmmmmmmmmmmmmm….

Se Parigi avesse il mare… 

La prima volta che sono venuto a Bari da Napoli non avevo la patente. Forse nessuno di noi la aveva. Festeggiavamo i 18 anni dell’Arciprete che si era trasferito qui da un paio di anni e, finito il liceo al Flacco si sarebbe iscritto a Scienze Politiche, di fianco all'”Ateneo”. 

Eravamo una banda di disperati che affrontavano un viaggio in treno di quasi 10 ore con l’intera batteria (intesa come strumento musicale) di F. Viennetta. 

Da lì sono venuto in questa città mille altre volte. Prima in treno, poi in autobus, con un passaggio del notaio De Luise o uno del Prof. Paone. Con la Scirocco, con la 164, in moto con il V50 nel gelo di dicembre e con lo Speed per il diploma di Caterina. 

A capodanno con Sciarpino al Coppola Rossa, al Maltese (vecchio e nuovo) con Stefano e Barletta, a Carbonara con Amanda e le sue 4 cipolline. A fare teatro con F. Carofiglio e poi sottopassi, complanari, multe sul bus con nomi fasulli poi pagate per i sensi di colpa. Il caffè Borghetti al San Nicola per lo scudetto della Roma, la mia prima partita allo stadio. 

A studiare sociologia a parco Adria e poi un salto in piscina. Turnus, Brugida, Peppino. Il cane che vola e le talpe nel giardino. Feste, controfeste, pranzi da vino e cucina, cinema, burrate e cornetti al Dolcetto. Il lungomare, via Sparano, i Madness e la Capa Gira, dietro la stazione. 

A ballare al Divine follie e allo Snoopy. La festa di carnevale dark da Leonardo Rizzi a Casamassima e le nottate a parlare in cucina. Cate, Roberta, Stefano, Francesca e Paolo. Grazie

Giorni, mesi, anni e poi, oggi, sono tornato qua. 

Pomi d’ottone e manici di scopa, ovvero: una giornata Fantastica 


Oggi ho trascorso buona parte del mio tempo libero con due bimbi. 

Il maschietto ha un anno e mezzo ed è un “cucciolo di mammut” per citare la madre, ma è una definizione pienamente calzante. In ogni caso, al netto della “provenienza animale” è un personaggione. 

Lei, la femminuccia, ha tre anni ed è stata invece più volte apostrofata quale piccola dissennatrice ma che da quando aveva credo sei mesi è diventata la luce dei miei occhi. In un pranzo insieme è avvenuto l’imprinting e io sono uscito pazzo. Letteralmente. 

Mentre Lui, come i coniglietti suicidi (cercateli su google immagini) cercava disperatamente di porre fine ai suoi circa 18 mesi di vita, io ho passato il tempo a leggere con Lei favole di draghi e principesse. 

Una full immersion nel fantastico. In più ho cantato canzoni (che lascerò descrivere a chi di dovere), ho mangiato biscotti e, dopo avere fatto incantesimi a diversi mostri e maghi disseminati nell’appartamento, prima di andare via le ho infine regalato la mia famosa bacchetta magica (un mestolo in legno a forma di forchetta) e le ho persino insegnato le mie formule magiche da grande mago tra cui, per citarne solo alcune, Abra Cadabra, Sim Sala Bim (spesso usata dal primo cittadino di Milano) e Ala Kazam! Lei conosceva solo Salagadula megicabula bibbidi-bobbidi-bu, Etc. Pivella… 

Tutto questo senza arrivare all’Expecto patronum dì Harry Potter o alla Magia del Fare del film Excalibur (Anaal nathrakh, urth vas bethud, dokhjel djenve) per le quali serve, evidentemente, un livello più alto di competenza magica…

Era tanto che non La vedevo. Non nascondo che mi mancava. Ed ero disperato all’idea che dopo quasi un anno si fosse completamente dimenticata di Mommo. Cioè di me. 

Questo avrebbe straziato il mio cuore di zio. 

Invece no, in qualche modo si ricordava. In più adesso è abbastanza grande da ricordarsi di questa bella giornata e, in definitiva, del sottoscritto (che non a caso si è presentato, da buon ruffiano, con quasi un chilo di biscotti caldi al cioccolato comprati nel forno sotto casa).

Chissà, forse tutta la nostra vita è in fondo votata a questo: fare sì che qualcuno, siano essi pochi selezionati o migliaia poco importa, si ricordino di noi. E ricambino il nostro affetto, fossero anche due topolini…così. 

PS: Una menzione speciale per Matilde e la sua mamma, fondamentali questa mattina nel momento di panico gestionale, e per la mitica tata-Lara che parla la lingua del piccolo mammut manco fossero compaesani. 

La mia amica e suo marito non hanno bisogno di menzioni. Il mio amore per i loro figli è pallido riflesso dell’affetto che ho per loro. Grazie ancora a entrambi per questa splendida giornata.