Sabato in ufficio. Un’esplosione di colori…

Tutti il sabato preferiremmo stare a casa a dormire, ma a volte tocca lavorare.

Eppure questa eccezionalità ha dei lati positivi. Tutto risulta leggermente più tranquillo, anche un filo più lento.

Si avverte meno rigidità, meno nervosismo e una minore formalità, sia nell’approccio che nel vestiario.

E così, con l’inverno alle porte, è possibile vedere tanti colori in tanti capi di abbigliamento. Nei maglioni (i più belli oggi sono rosa e verde scuro) molti jeans (con scarpe da ginnastica bianche o stivaletti), alcune camicie (crema e verde militare) e una bella maglia blu scuro (che saltella).

E chi l’ha detto che solo la primavera è una esplosione di colori? Per me lo è anche un sabato in ufficio

Less is More

La forma è sostanza.

Sono anni che mi sento ripetere questa frase. Eppure per quanto io la comprenda e la rispetti – finanche ad applicarla, quando necessario – resta un concetto che non potrebbe essere da me più lontano.

In una società dove sembra che la forma abbia costantemente priorità sulla sostanza, io mi ostino a credere che un contenuto sufficientemente buono e credibile, possa prescindere anche da una forma necessariamente accattivante.

Insisto nel credere a quello che sento. Anche se a volte fa a cazzotti con quello che vedo. Continuo ad ascoltare cose non dette, perché in quel silenzio c’è più bellezza che in mille parole.

E non credo nelle persone perché sono belle, al contrario le trovo così belle perché credo in loro. Così come odio i complimenti, fatti e ricevuti, ma quando arrivo al punto di farli è perché non sono riuscito a farne a meno.

Infine trovo che un gesto valga più di mille parole.

Ma credo che la parola giusta, al momento giusto, sappia bene infrangere cuori e spezzare incantesimi

Sento. Anche se sono mezzo sordo

Come tutti la sera a volte crollo. Ma spesso, molto più spesso, aspetto che la giornata finisca e che il mondo là fuori piano piano si fermi.

Forse ho solo un deficit di attenzione, eppure (anche se sono mezzo sordo) è come se io ascoltassi tutto quello che succede intorno a me e solo a tarda sera, quando ho la certezza di non potere fare più nulla, riuscissi a smettere di “sentire” e di cercare una soluzione a tutto questo.

È ora. Buonanotte

Belle Persone, merce rara

Le belle persone non sono perfette. Le belle persone credono in qualcosa e si battono per quello in cui credono. Le belle persone non sono per forza accomodanti e non devono piacere a tutti. Le belle persone non riescono sempre ma ci provano, fino in fondo. Le belle persone sbagliano, come sbagliamo tutti, ma sono oneste. Le belle persone si mettono in discussione e per questo sono quelle che poi crescono. Le belle persone si arrabbiano perché non si accontentano e vorrebbero essere migliori. Le belle persone non sempre le capisci ma non ti lasciano mai indifferente. Le belle persone vorresti riempirle di botte, ma non potresti mai farne a meno. Le belle persone non sanno di esserlo, perché le belle persone pensano che le belle persone siano altre.

Propositi per il nuovo anno

Sulla falsariga di quella stilata dalla rivista Internazionale (e segnalatami dalla mia “influenza remota”), vado a compilare una lista semi seria dei miei buoni propositi per il 2019.

Diciamo che se già riuscissi a perseguirne la metà sarebbe un gran risultato.

Tra questi:

Stare un po’ zitto e ragionare di più.

Fare le analisi.

Curarmi di più e volermi bene.

Cercare di dimezzare il tempo passato sul telefonino, specie in compagnia.

Ascoltare più musica dal vivo.

Guardare il mare almeno una volta al mese.

Avere una vita più regolare.

Mangiare di meno e dormire di più.

Fare il turista a Roma.

Fare il romano a Roma.

Andare a Lisbona.

Progettare viaggi futuri a corto raggio (Tourist Trophy) e più lontano (Giappone).

Migliorare la mia grafia.

Essere meno scontroso.

Imparare a chiedere.

Essere meno orgoglioso.

Festeggiare più spesso.

Bere più vino e meno coca zero.

Acquisire maggiore consapevolezza.

Ritagliarmi i miei spazi.

Nuotare.

Trascorrere più WE in montagna.

Tornare a Carloforte.

Recuperare alcune vecchie magliette.

Buttare/regalare quante più cose possibili.

Evitare effetto fisarmonica.

Essere meno melodrammatico.

Coccolare di più i miei.

Staccare.

Perseguire con maggiore determinazione la felicità mia e del “cialtronume” che mi è vicino.

…E voi???

Un “serio tentativo”

In questi ultimi sei mesi ho temuto di non farcela. Sia chiaro, non credevo che non ce l’avrebbe fatta chi doveva. Il miracolo, perché di questo dovremmo parlare, c’è stato.

Temevo di non reggere io. Emotivamente.

Sapevo di essere al limite. Sapevo di avere bisogno di “mettere carne a cuocere” ma di non poterlo fare, non in questo momento.

Temevo che se mi fossi fermato, se avessi esitato anche solo un attimo, sarei crollato. E quindi continuavo a rilanciare. Sempre più cose. Sempre più ripido. Sempre più veloce.

Poi è venuta l’estate. E mi sono dovuto fermare.

Ero destabilizzato, non potevo più rilanciare e ho avuto paura. Paura di non riuscire. E invece il tempo è passato e le cose sono andate avanti. I rapporti personali, l’affetto, l’impegno, la professionalità hanno tenuto. La squadra ha tenuto. In alcuni casi ho assistito a curve di apprendimento verticali per oltre due mesi. Razionalità e passione. Il meglio dei diversi approcci ma con un solo obiettivo.

Persone che non dormono, che non mangiano, che stanno male, ma non mollano. Mai.

Ho visto l’invidia. Ho visto la superficialità. Ho visto la provocazione.

Ma ho visto anche la determinazione, la resilienza, ho visto il rispetto.

E finalmente la consapevolezza. Il regalo più grande.

Non mi illudo che sia finita. Non lo è mai. Ma abbiamo messo un punto (cit. Gallo).

Bello grosso.

Buone Feste, a tutti

Il Chiummo

Foto di Michela Corrado

In napoletano il termine “Chiummo” (lett. piombo) viene efficacemente utilizzato per rendere l’idea di un qualcosa il cui peso specifico appare sproporzionato. Una “pesantezza dell’essere” atta a rendere grave ogni circostanza.

Il partenopeo è portato geneticamente a trasformare ogni situazione in una pièce teatrale tragicomica. Per questo motivo, la mancata reattività ad una battuta è difficile da accettare e può costare agevolmente questo infamante epiteto.

Il Chiummo, infatti, per sua natura “pesantizza”. Per capirci, può ricordare molto il Carlo Verdone figlio dei fiori che parla col padre, Mario Brega: un fiorire (appunto) di filosofia e di approfondimenti su qualcosa la cui natura è in definitiva abbastanza spicciola.

La “pesantezza”, tuttavia, è un concetto assai vasto e che interessa diversi campi. A Napoli molti di questi hanno in realtà un’accezione positiva, perché associati storicamente alla sostanza e al benessere. Anche in italiano diamo “il giusto peso alle cose”. Il peso, quindi, a suo modo è un valore (il sovrappeso no, direbbe mia moglie, quello è un’altra cosa).

Una volta, un’anziana signora, titolare della pizzeria che mi aveva visto crescere (in altezza, ma anche in larghezza), per farmi un complimento davanti ad una bella ragazza disse: “Signuri’ tenetene conto di questo giovinotto. Questo è ‘nu guaglione di peso, qualità e misura!”.

Io capii che per lei era stato un vero e proprio panegirico, ma la mia amica, che doveva pensarla diversamente, non mi ha più chiamato…