Belle Persone, merce rara

Le belle persone non sono perfette. Le belle persone credono in qualcosa e si battono per quello in cui credono. Le belle persone non sono per forza accomodanti e non devono piacere a tutti. Le belle persone non riescono sempre ma ci provano, fino in fondo. Le belle persone sbagliano, come sbagliamo tutti, ma sono oneste. Le belle persone si mettono in discussione e per questo sono quelle che poi crescono. Le belle persone si arrabbiano perché non si accontentano e vorrebbero essere migliori. Le belle persone non sempre le capisci ma non ti lasciano mai indifferente. Le belle persone vorresti riempirle di botte, ma non potresti mai farne a meno. Le belle persone non sanno di esserlo, perché le belle persone pensano che le belle persone siano altre.

PS: Ci tengo a dire che ho certezza di NON rientrare in questa categoria. Ma le belle persone possono avere anche caratteristiche diverse

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Propositi per il nuovo anno

Sulla falsariga di quella stilata dalla rivista Internazionale (e segnalatami dalla mia “influenza remota”), vado a compilare una lista semi seria dei miei buoni propositi per il 2019.

Diciamo che se già riuscissi a perseguirne la metà sarebbe un gran risultato.

Tra questi:

Stare un po’ zitto e ragionare di più.

Fare le analisi.

Curarmi di più e volermi bene.

Cercare di dimezzare il tempo passato sul telefonino, specie in compagnia.

Ascoltare più musica dal vivo.

Guardare il mare almeno una volta al mese.

Avere una vita più regolare.

Mangiare di meno e dormire di più.

Fare il turista a Roma.

Fare il romano a Roma.

Andare a Lisbona.

Progettare viaggi futuri a corto raggio (Tourist Trophy) e più lontano (Giappone).

Migliorare la mia grafia.

Essere meno scontroso.

Imparare a chiedere.

Essere meno orgoglioso.

Festeggiare più spesso.

Bere più vino e meno coca zero.

Acquisire maggiore consapevolezza.

Ritagliarmi i miei spazi.

Nuotare.

Trascorrere più WE in montagna.

Tornare a Carloforte.

Recuperare alcune vecchie magliette.

Buttare/regalare quante più cose possibili.

Evitare effetto fisarmonica.

Essere meno melodrammatico.

Coccolare di più i miei.

Staccare.

Perseguire con maggiore determinazione la felicità mia e del “cialtronume” che mi è vicino.

…E voi???

Un “serio tentativo”

In questi ultimi sei mesi ho temuto di non farcela. Sia chiaro, non credevo che non ce l’avrebbe fatta chi doveva. Il miracolo, perché di questo dovremmo parlare, c’è stato.

Temevo di non reggere io. Emotivamente.

Sapevo di essere al limite. Sapevo di avere bisogno di “mettere carne a cuocere” ma di non poterlo fare, non in questo momento.

Temevo che se mi fossi fermato, se avessi esitato anche solo un attimo, sarei crollato. E quindi continuavo a rilanciare. Sempre più cose. Sempre più ripido. Sempre più veloce.

Poi è venuta l’estate. E mi sono dovuto fermare.

Ero destabilizzato, non potevo più rilanciare e ho avuto paura. Paura di non riuscire. E invece il tempo è passato e le cose sono andate avanti. I rapporti personali, l’affetto, l’impegno, la professionalità hanno tenuto. La squadra ha tenuto. In alcuni casi ho assistito a curve di apprendimento verticali per oltre due mesi. Razionalità e passione. Il meglio dei diversi approcci ma con un solo obiettivo.

Persone che non dormono, che non mangiano, che stanno male, ma non mollano. Mai.

Ho visto l’invidia. Ho visto la superficialità. Ho visto la provocazione.

Ma ho visto anche la determinazione, la resilienza, ho visto il rispetto.

E finalmente la consapevolezza. Il regalo più grande.

Non mi illudo che sia finita. Non lo è mai. Ma abbiamo messo un punto (cit. Gallo).

Bello grosso.

Buone Feste, a tutti

Il Chiummo

Foto di Michela Corrado

In napoletano il termine “Chiummo” (lett. piombo) viene efficacemente utilizzato per rendere l’idea di un qualcosa il cui peso specifico appare sproporzionato. Una “pesantezza dell’essere” atta a rendere grave ogni circostanza.

Il partenopeo è portato geneticamente a trasformare ogni situazione in una pièce teatrale tragicomica. Per questo motivo, la mancata reattività ad una battuta è difficile da accettare e può costare agevolmente questo infamante epiteto.

Il Chiummo, infatti, per sua natura “pesantizza”. Per capirci, può ricordare molto il Carlo Verdone figlio dei fiori che parla col padre, Mario Brega: un fiorire (appunto) di filosofia e di approfondimenti su qualcosa la cui natura è in definitiva abbastanza spicciola.

La “pesantezza”, tuttavia, è un concetto assai vasto e che interessa diversi campi. A Napoli molti di questi hanno in realtà un’accezione positiva, perché associati storicamente alla sostanza e al benessere. Anche in italiano diamo “il giusto peso alle cose”. Il peso, quindi, a suo modo è un valore (il sovrappeso no, direbbe mia moglie, quello è un’altra cosa).

Una volta, un’anziana signora, titolare della pizzeria che mi aveva visto crescere (in altezza, ma anche in larghezza), per farmi un complimento davanti ad una bella ragazza disse: “Signuri’ tenetene conto di questo giovinotto. Questo è ‘nu guaglione di peso, qualità e misura!”.

Io capii che per lei era stato un vero e proprio panegirico, ma la mia amica, che doveva pensarla diversamente, non mi ha più chiamato…

Ed è come se l’Universo ti ascoltasse

La nostra vita è fatta di luoghi, di ricordi, di emozioni. Lo stesso posto può essere scialbo e insulso per una persona ma assolutamente speciale per qualcun altro. Come il bello è negli occhi di chi guarda, così anche i luoghi sono speciali perché noi vi associamo ricordi, sensazioni, momenti. Non importa che tutto questo sia razionale. Non importa che il tutto avvenga lo stesso giorno. Un posto del cuore può essere tale anche solo se immaginato, o vissuto in diversi momenti, a più riprese. Oppure può essere speciale proprio perché non ancora vissuto e rappresentare un pensiero felice. Una proiezione verso il futuro.

Può essere un paesaggio di montagna. Una spiaggia. Un porticciolo. Un ristorantino in una piazzetta. Una barca. Un luogo di lavoro. Un’esperienza.

La mente fa tutto il resto. Condisce con dolcezza. Rimuove il superfluo. Colora. Dilata il tempo e riduce lo spazio. Fissa, incide, marchia a fuoco nella nostra memoria o nella nostra immaginazione.

E così, inevitabilmente, siamo portati a cercare quel posto o a tornarvi nella speranza di rivivere quel momento per come lo ricordiamo o per come lo abbiamo sognato.

Ma il segreto forse è proprio quello di non aspettare, di cogliere l’attimo, di tuffarsi, di partire senza sapere dove, prima che la realtà sopraggiunga a svegliarci o prima che i nostri ricordi sbiadiscano.

Senza far passare troppo tempo. Troppa vita. Senza scuse. Senza paure

Otium et Negotium

Iniziamo col dire che stare da soli non è un male. Tutti noi abbiamo bisogno di farlo. Di avere un luogo o un attimo in cui non dobbiamo dare conto a nessuno e raccogliere le idee. Questo non significa essere asociali. Né che questo debba essere lo standard. Significa solo sapere stare con noi stessi. E, a dirla tutta, non è sempre facile.

Senza scomodare Seneca con l’ozio e il negozio, possiamo tranquillamente dire che sapere stare da soli è funzionale al sapere stare con gli altri. Le due cose si bilanciano a vicenda.

Ognuno di noi sceglie come farlo. Io, nello specifico, quando ho bisogno di stare un po’ da solo prediligo lo “spostamento”. Lunghe passeggiate a piedi, in moto, viaggi in auto. Forse perché a casa mia, c’era sempre qualcuno che scassava e stare da solo non era materialmente possibile. Non saprei. Sta di fatto che tutti i momenti più delicati della mia vita sono stati accompagnati, letteralmente, da chilometri macinati.

Questo non significa che domani andrò a piedi a Capo Nord. Ma solo che se a volte non risulto sui radar è perché sto “resettando”.

E il giorno dopo, invece, per farmi stare zitto dovrete solo abbattermi!

Il silenzio è d’oro

Sì parla spesso di come cambia la nostra società. Di come si evolve e, più spesso, di quanto ultimamente appaia involuta.

Viviamo in un mondo dove chiedere aiuto suona sbagliato, debole. E se lo fai vieni messo in quarantena, perché già hai tanti problemi. Dove piuttosto si finisce con il parlare e chiedere aiuto ad estranei, pagando la loro professionalità e, soprattutto, il loro silenzio.

Non siamo più capaci di parlare. Di confrontare le nostre idee con quelle altrui. Di dimostrarci scettici su di una nostra opinione, perché anche questo appare un segno di debolezza, salvo poi minimizzare quando abbiamo torto. Perché anche ammettere è difficile.

Non abbiamo tempo per gli altri perché non ne abbiamo per noi stessi. Stiamo 3-4 ore al giorno con il telefono in mano ma, se ci chiamano, non abbiamo mai tempo.

Usciamo a cena con alcune persone, ma mentre siamo lì scriviamo ad altre.

Il lavoro non ci aiuta. Assorbe oltre i 2/3 della nostra giornata e quando finiamo continuiamo a pensarci.

I rapporti umani stessi ci fanno paura. Paura del rifiuto. Paura del fallimento. Paura di fallire ancora. Paura di dovere spiegare, argomentare, magari rendere conto.

La parola è d’argento, il silenzio è d’oro.

Lo diceva già mia nonna. A pensarci bene, in fondo, non è cambiato poi molto