Esigenze Indifferibili (Cit.)

Quando ero a scuola mi venne dato da leggere un romanzo di Micheal Ende dal titolo “Momo”. Io, che ero stupido allora quanto lo sono adesso, come tutte le cose che mi venivano imposte non lo feci. Qualche anno dopo, per fortuna, lo andai a recuperare e in due giorni lo divorai.

48 ore ben spese.

Sono passati poco meno di 30 anni da allora. Gli insegnamenti del romanzo mi restano scolpiti in mente ma io so di essere figlio del mio tempo, della frenesia quotidiana che lo pervade e non lo posso nascondere. Ma allora quanto vale il tempo? Se il “prezzo” è un indice di scarsità relativa, allora il “tempo” di ciascuno di noi vale oro. E tutta la polverizzazione dei rapporti a cui assistiamo inermi ne è una banale conseguenza. E c’è poco da fare.

Ogni giorno mi sento il protagonista inconsapevole di una guerra dichiarata tra l’attenzione (sacrosanta) da dedicare a chi mi sta di fronte e quella che dedico a chi non può starmi vicino o non ha tempo per farlo. Tutto questo spesso determina parecchi “danni collaterali”.

Messaggi e social networks erodono progressivamente il tempo che dedico a me stesso e, un istante dopo, quello che vorrei materialmente dedicare alle persone a cui voglio bene.

E non dico che tutto questo sia giusto o sbagliato, dico solo che ha un peso sempre più significativo nella mia giornata. E che prendermi un’ora per scrivere o per parlare con un amico con calma (non importa se di giorno o di notte) rischia di diventare sempre di più un lusso.

Un lusso che io non voglio perdere

Sineddoche

Ho avuto qualche incidente di percorso nella mia vita, ma i problemi che più mi affliggono sono quelli sui quali non posso, o non riesco, a intervenire. Quando il problema si pone così, quel senso di impotenza, quella tristezza, non ti passano in nessun modo, perché hai la sensazione di stare perdendo tempo e che non stai aiutando le persone a te care.

È come vedere un’auto chiusa a chiave ma senza freno a mano che lentamente scivola verso un burrone.

Tu sei lì e ci provi a fermarla, ma quella continua e a te non importa di venire schiacciato, vorresti solo disperatamente che si fermasse perché la direzione è segnata e tu sai come andrà a finire e vorresti solo fare qualcosa, ma non puoi.

E allora ti viene il magone, piangi, spingi e ti disperi ma non serve a niente. E quasi vorresti che il problema fosse tuo, perché tu – ti racconti – sapresti cosa fare e come farlo – o almeno ti illudi che sia così – ma almeno sai che ci proveresti. E invece ti sanguinano le mani attaccato alla lamiera del paraurti. Vorresti entrare, cercare di mettere tu il freno a mano, ma non ne hai il diritto e non ne hai le chiavi, perché la macchina non ti appartiene.

Certo, forse è solo una macchina, ma è una macchina che ha un valore affettivo che tu non puoi spiegare a chi non la conosce. Bella o brutta che sia questa macchina è una parte di te e vederla cadere nel burrone è come perdere una parte di te stesso. E so di cosa parlo

P.S.: Tranquilli, stiamo tutti bene e in salute (o comunque non peggio del solito 😉) avrei dovuto scrivere questo post molto tempo fa