Senza un perché

Di cosa è fatto il nostro futuro?

Il nostro futuro probabilmente è una strada lastricata di scelte fatte nel presente. Ma il paesaggio è fatto di obiettivi, di speranze, di sogni.

Un paesaggio fatto di piccoli cassetti in cui conserviamo il passato, ma sogniamo il futuro. Io, quei cassetti, li immagino come dei salvadanai in cui inserire non monete ma quello che vorremmo che la nostra vita diventasse.

Affidiamo le nostre speranze a piccoli palloncini perché le portino in alto e dipingano con i loro colori il cielo di domani.

Ecco, il nostro futuro è fatto di cassetti, di palloncini colorati e di scelte

Calzini a strisce

Capire le persone che ci stanno vicine è una missione. Saperle ascoltare, mettere da parte noi stessi per riuscire a fare proprie le categorie altrui e comprenderne le logiche e il ragionamento, richiede tanta buona volontà ma soprattutto affetto. E lo so che ci sono fior fiori di professionisti che lo fanno senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. Ma io non ne sarei capace. Non a caso faccio un altro mestiere.

Il mio è chiaramente un limite. Eppure credo di non potere capire davvero una persona se non le voglio davvero bene. E non basta un affetto accondiscendente. Quello va bene per le persone a cui sono affezionato, oppure che mi hanno profondamente deluso. È come se, anche nell’amicizia, io avessi bisogno di un affetto “passionale”. Io ho bisogno di emozionarmi quando guardo una persona a cui voglio bene. E, quando la ascolto, questa persona deve essere in condizione di farmi provare qualcosa, devo sentirla vicina, arrabbiarmi a volte. Oppure commuovermi, fin quasi a piangere.

Devo anche dire che conoscere le persone non è – e non può essere, nel mio caso – a senso unico. Io ascolto e capisco nella buona misura in cui gli altri sono liberi di conoscermi e io essere me stesso con loro. È la base di ogni rapporto. Sennò non si va da nessuna parte. Il problema sta nel fatto che più una persona mi conosce, tanto più io divento vulnerabile. E questo è un qualcosa che accetto molto di rado. Ho messo poche persone nella condizione di farmi del male e quando ho dovuto pagarne le conseguenze mi sono ripreso a stento.

Quindi non me ne voglia nessuno se normalmente tengo chiusi alcuni cassetti con la doppia mandata o voglio evitare di riempirne altri, ma per alcune cicatrici non bastano i punti

Mihrab

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Quasi tutti, per fortuna, abbiamo un nucleo familiare alle spalle e, con questo, un fitto corredo di aneddoti e storie che hanno caratterizzato la vita dei nostri genitori e, in qualche modo, influenzato i nostri gusti e la nostra coscienza.
Queste vicende però nn sempre ci vengono raccontate davanti ad un focolare. Anzi. A dirla tutta quasi mai: La famiglia media di quando ero piccolo io si riuniva già per lo più intorno al tubo catodico.

Gli indizi di queste storie e di questo passato quindi spesso restano disseminati un po’ qua è un po’ là in casa e negli anni, tra soprammobili e indumenti, tra nomi scelti e nomi letti. Così, senza che ce ne accorgiamo, diventano parte del quotidiano.

Quando sei bambino non ti poni il problema del perché ti chiami in un certo modo o perché in casa tua ci sono determinati oggetti o come mai si usino certi termini nel linguaggio di ogni giorno. Eppure un motivo c’è.

E mentre se hai casa zeppa di libri di moto e auto e tu sei appassionato di motori l’equazione è presto fatta, in altre circostanze il collegamento esiste ma tu non hai le coordinate per venirne a capo. Non è colpa di nessuno semplicemente hai tanti tasselli ma ti sfugge il collante.

Finché un bel giorno vai ad ascoltare una conferenza, molto di nicchia, e solo allora, nell’arco di due ore, tutti i pezzi vanno al loro posto. Il puzzle si compone. Il disegno nn poteva che essere quello. Era il solo possibile ed era semplice, ma tu nn ci eri mai arrivato.

PS: Resta il fatto che alcune cose nn te le spiegherai mai. Ma a pensarci bene forse è davvero meglio così.