Napoletano – State of Mind

Il napoletano ha delle sue regole grammaticali strette e bellissime, ma a sua volta si evolve come ogni lingua viva parlata da un popolo.

Se poi questo popolo è ingegnoso e immaginifico, come quello partenopeo, il risultato è esilarante ma anche molto saggio e in ogni caso bellissimo.

È un idioma capace di descrivere tutto lo spettro delle emozioni, sa essere dolce, romantico e strappacuore, eppure non esiste nulla di più volgare se vuole esserlo. Ha una capacità di sintesi e contrazione dei termini che al confronto l’inglese è inutilmente prolisso.

Una lingua che ne contiene in sé diverse altre, grazie ai secoli di contaminazioni francesi, castigliane e catalane. Un’indole araba e una africana nella musica completano il dipinto di quella che, come recentemente sottolineato da Luca Persico, è “la lingua più diffusa da Roma a Milano”, ma non solo. Per restare su Persico, l’homo neapolitanus – nel bene e nel male – è il “più diffuso prodotto di esportazione italiano”.

Eppure il napoletano non è più solo Massimo Troisi, l’emigrante di Ricomincio da Tre. Il napoletano – anche grazie alla sua capacità di espressione – si “ricolloca”, “e ha colonizzato” (ibidem) tutto il mondo – difficile trovare luogo senza sentirne uno – perché è abituato a sopravvivere in quella immensa palestra a cielo aperto che è Napoli. Una volta raggiunta la maggiore età infatti (ma spesso anche prima), è pronto a vivere a qualsiasi latitudine. Tutto gli sembra più facile. Più lento. A volte quasi noioso, rispetto a una città dove magari si è fatto secco, ma ha imparato a non morire.

PS: il napoletano tifa Napoli. Sempre e comunque. Pure se non se ne importa 😉