So’ semp’ nu signore

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Bologna. La prima volta che sn passato dalla stazione e mi sn trovato lo squarcio della bomba nella parete nn avevo idea di cosa fosse.
Avevo 18 anni (avrei dovuto sapere cosa fosse successo) e faceva un freddo cane. Ma a quest’ultima cosa ero stato preparato dai racconti di mia nonna che, bolognese, veniva spedita a scuola previo “bianchino” scolato come fosse ovomaltina. E infatti era diventata mezza alcolizzata.

Per ovviare al gelo di quella notte sono rimasto nella sala d’attesa – riscaldata già allora – oltre due ore, di notte, chiedendomi quale designer fatto di acidi avesse concepito quel varco inquietante, poi murato con tre elementi di cristallo orizzontali.

Mi trovavo in stazione di passaggio. Ero stato a Gorizia per sostenere una sorta di esame e, per fortuna – posso dire adesso – era andato male. In fase di iscrizione avevo conosciuto un simpatico tipo di Conegliano Veneto a cui avevo promesso una stecca di sigarette napoletane e, da uomo di conseguenza, ero arrivato a Gorizia armato di “Mabboro” di contrabbando-ufficiali.

Il tipo però a Gorizia nn lo avevo visto più e così fino a Bologna, nn fumando, avevo regalato sigarette a destra e a mancina.
Arrivato lì avevo scoperto che il primo treno per tornare a Napoli sarebbe partito diverse ore dopo, causa l’interruzione notturna del servizio. Così, insieme ad un gruppetto di ragazzi che come me tornavano nel profondo sud, iniziammo a girare su e giù per la stazione fino a che non ci imbattemmo in una barbona.
La signora era accampata proprio nella porzione di muro lasciato vuoto dalla crepa e, così facendo, poteva tenere d’occhio i suoi effetti personali anche quando si avventurava fuori dalla sala d’aspetto. Era piccola, piccolissima. Il viso era tutto una ruga e i capelli erano raccolti in un’unica compatta liana. Rasta.
Sembrava una tartaruga centenaria. Eppure tutte quelle rughe scomparvero in un solo istante quando mi chiese una sigaretta ed io le risposi d’istinto: “Signora!!! Ma quale sigaretta?!? Io vi do tutta la stecca!!!”

Sono passati tanti anni e non ho più visto quell’anziana barbona ma da allora, ogni volta che passo in treno da qui, cerco quello squarcio.
Quasi avessi con questo un rapporto personale.

Questo post è dedicato a Giovanni Di Dio

Buon viaggio Pecetta

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Oggi sono un po’ triste. Una persona a cui tengo tra poche ore parte e nn so quando tornerà. Parte per un viaggio lungo e avventuroso. Verso una destinazione lontana e a me sconosciuta.
Ma il fondo il bello di un viaggio è proprio questo. Il cambiare ciò che ti circonda e, con questo, in qualche modo, cambiare un po’ anche quello che c’è in noi. Nn so se la persona che tornerà sarà la stessa che è partita.
Ma sn felice che lo abbia fatto.

È parecchio che nn faccio un bel viaggio. Un po’ mi manca. Mi mancano quelle estati con due lire in compagnia dello Sciarpino. Erano massacranti ma tornavi “come nuovo”. Perché una cosa, più di altre, va riconosciuta alla dimensione del viaggio: Ha una notevole componente catartica.
Una condizione in cui essere onesti con se stessi è più semplice perché tendiamo a nn farci schiacciare da sovrastrutture e convenzioni di culture diverse, perché nn le conosciamo. Ma neppure dalle nostre, perché lontani da casa tendiamo a nn applicarle: Nn verrebbero capite.
Il viaggio è un momento per fare il punto. Per risettare le priorità, per scoprire tanto di nuovo ma, a volte, comprendere il valore di quanto si è lasciato o la sua assoluta inconsistenza.

La cosa difficile, in questi anni di viaggi mancati, è stata quella di cercare di guardarmi dentro come se fossi solo e a 30000 km da qui. Senza dare conto ad altri, se nn a me stesso, di chi o cosa volessi essere o diventare.
E vero, come dicevo stasera, forse io nn ho una grandissima immaginazione e nn scriverò mai di posti che nn conosco (al contrario, avrei voluto fare il cronista per descrivere con obiettività quanto mi si parava davanti), eppure sono riuscito a rivedere la mia vita e le mie priorità nn grazie ad un percorso itinerante ma da una prospettiva orizzontale. O, se preferite, da fermo.

Quando studi al liceo ti parlano della “catarsi delle passioni” che sublima la tragedia e che ti cambia dentro dopo averti portato il cuore all’apice del tumulto. Io questa esperienza l’ho vissuta in 10 minuti una notte di 3 anni fa in cui ho pensato che il cielo, e con lui la mia vita, mi stessero crollando in testa. E mi sono dovuto violentare per calmarmi e spiegare a me stesso che come il cielo sarebbe rimasto lassù, io sarei sopravvissuto. Beh, fuori di metafora, quella è stata la mia piccola tragedia. È bastato un attimo.
Come è noto però, quello che nn ti uccide ti rende più forte.
E io so il fatto mio.

Buon viaggio Pecetta

Merry September

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Questo settembre è stato duro ma bello. Duro, fisicamente e nn solo. Bello, forse bellissimo, per le forti emozioni.
Ogni WE ho avuto un matrimonio (tranne in quello di metà mese dove ho viaggiato in treno 12 ore per due notti consecutive – posto semplice).
Tralascio le implicazioni economiche ma garantisco che ognuno degli sposi meritava tutto quanto sono riuscito a dedicare loro.
Anche di più.

Ognuno dei matrimoni mi resterà dentro per un motivo diverso.
Quello in Calabria – a cui forse nn meritavo di partecipare – per l’intimità che mi ha regalato e per le tante, troppe cose successe in così poco tempo.
Quello a Padova, perché avere un collega che senti come un fratello nn è cosa frequente e perché essere parte di una famiglia nn ha prezzo.
E infine quello di questa sera, in una Napoli mozzafiato, perché quando conosci quella persona da 2/3 della tua vita, le sue sorelle e i suoi genitori (per nn parlare degli ex) non hai bisogno di ascoltarla. Ti basta incrociare il suo sguardo un solo, dolcissimo istante, per capire quanto sia felice e quanto quell’unione sia indovinata.

E allora anche se ci sarà sempre qualcuno che sosterrà che sposarsi è una follia, io resto dell’idea che il modo in cui vivere (o meno) sia una delle poche forme di libero arbitrio che ancora possiamo applicare e, viva Dio, ho intenzione di metterla in pratica finché mi sarà dato di campare: Auguri amici miei.

PS: Per essere ad uno di questi matrimoni nn ho visto una piccolissima grande bimba, luce dei miei occhi, sua Madre e sua Zia.
Ma è giusto così e mi rifarò con gli interessi!

Bis in Idem

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Oggi sono tornato ufficialmente da Bis, a Borgo Pio. In poco tempo Laura e Marina hanno realizzato un piccolo miracolo.
Nella primavera dell’anno scorso Bis era un timido angolino in cui si faceva cucina biologica espressa, dove le persone entravano esitanti attratti da un’estetica che “sa di buono” e restavano inchiodati da sapori, profumi e cortesia.
Una scommessa nella Roma assediata da turisti mordi e fuggi.

Oggi Bis è una bella realtà, fatta di rapporti quotidiani strutturati e genuini. Di simpatia e attenzione al singolo cliente (così rara oramai che è difficile anche descriverla). Ma anche di convenzioni con gli uffici e partnership con importanti griffe con sede a Roma. Alcune di queste hanno compreso che la qualità, prima ancora che nel prodotto offerto, parte da quello che mangiano i suoi dipendenti.

Ma veniamo al locale. Intanto il colore. Un tenue verde ti accoglie e ti circonda tra piante e intonaco. Il tutto sormontato da un bel tetto di travi e mattoni a vista.
Poi le persone. Lingue e culture si mescolano in un ambiente semplice e accogliente.

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Nella cucina, tutta a vista, si possono ammirare Andrea, occhi azzurri ed esperienza internazionale, e la bionda Solomìa, che dall’Ucraina ha portato in Italia il suo talento.
Io dico che le persone fanno la fila anche solo per vederli cucinare.

Alla cassa, e nn solo, Laura e Marina, due ragazze squisite che sono riuscite a rimanere fedeli a se stesse pur imparando a districarsi tra i mille problemi che questa avventura ha presentato loro.

Jolly Manuela, forse la più giovane. Il suo cappellone nero da chef nn riesce a nascondere alcune ciocche di capelli color Bis e un carattere bello tosto e determinato.
Una risorsa preziosa.

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Questa volta nn parlerò delle cose buonissime che ho assaggiato e neppure quel “ben-di-Dio” che ho visto passarmi davanti perché nn mi considero sufficientemente bravo da dipingere quel paradiso.
Dico solo che se la prima volta (leggi qui) sono stato letteralmente preso per la gola e forse non ho dato il giusto peso al contesto in cui mi trovavo posso dire che il gruppo di persone che ho conosciuto oggi è buono nn meno di quello che ho mangiato.
Ed era tutto squisito.
Quindi, se ancora nn siete andati a provarlo (si trova a via Vitelleschi 38/40, a 5 minuti da via della Conciliazione) è ora che vi diate una mossa! Parlare di Bis come di un posto solo in cui si mangia è stupido e riduttivo.

Una menzione speciale per Simona, che nn ho conosciuto perché era andata via e per super Marina che nn era di turno.
Un grazie di cuore a Laura, splendida padrona di casa e a Quartopianosenzascensore, per avermi fatto conoscere questa meraviglia.
ToMeTooYou, ci sei mancata.