Otium et Negotium

Iniziamo col dire che stare da soli non è un male. Tutti noi abbiamo bisogno di farlo. Di avere un luogo o un attimo in cui non dobbiamo dare conto a nessuno e raccogliere le idee. Questo non significa essere asociali. Né che questo debba essere lo standard. Significa solo sapere stare con noi stessi. E, a dirla tutta, non è sempre facile.

Senza scomodare Seneca con l’ozio e il negozio, possiamo tranquillamente dire che sapere stare da soli è funzionale al sapere stare con gli altri. Le due cose si bilanciano a vicenda.

Ognuno di noi sceglie come farlo. Io, nello specifico, quando ho bisogno di stare un po’ da solo prediligo lo “spostamento”. Lunghe passeggiate a piedi, in moto, viaggi in auto. Forse perché a casa mia, c’era sempre qualcuno che scassava e stare da solo non era materialmente possibile. Non saprei. Sta di fatto che tutti i momenti più delicati della mia vita sono stati accompagnati, letteralmente, da chilometri macinati.

Questo non significa che domani andrò a piedi a Capo Nord. Ma solo che se a volte non risulto sui radar è perché sto “resettando”.

E il giorno dopo, invece, per farmi stare zitto dovrete solo abbattermi!

Sogno di una notte di mezza estate

Personalmente non sono partito per l’addio al celibato, e neppure per il viaggio di nozze. Non è capitato o, piuttosto, è capitato il contrario.

In effetti, a ben vedere, ci sono tante cose che non ho mai fatto, ad esempio non ho mai fumato nulla e, com’è ormai noto, non bevo caffè. Inoltre non sono ancora andato nei miei luoghi del cuore: a Lisbona e in Giappone. Meglio così, significa che nella vita ho ancora tanto da fare.

Al contrario però ci sono cose che ho fatto e che non tutti possono “vantare”, come passare due splendide settimane senza muovere un dito, servito e riverito, in terapia intensiva. Ricevere l’estrema unzione studiando i gesti apotropaici più adatti all’uopo. Venire imboccato a trent’anni suonati (sono soddisfazioni). Accogliere ospiti mezzo nudo e comodamente sdraiato come neppure un patrizio romano di epoca imperiale. Pensare il mondo da una prospettiva nuova oppure, successivamente, dare una pista a MacGyver nelle piccole cose di tutti i giorni.

Credo che la vita dia più di quanto ci prende, però spesso non ce rendiamo conto, perché siamo troppo concentrati su noi stessi e su quello che ancora non abbiamo.

È umano, succede a tutti e quindi anche a me.

Ma torniamo all’inizio. Da dove ero partito? Ah, già: l’addio al celibato.

Oggi una mia cara amica è partita per il suo addio al nubilato. Per me – che a mia volta in questo momento ho bisogno di pensieri felici – è stato forse più emozionante del normale. Probabilmente perché, senza andare tanto lontano, me la sono vista già con scarpe e vestito sull’altare tra poco più di due mesi.

Quando mi succedono queste cose – come quando mi hanno chiesto di leggere Shakespeare in pubblico all’ultimo momento – avverto una sensazione mista tra la contentezza e il panico più assoluto. Che può durare da diversi minuti a, nei casi più “gravi” (come a Santa Sabina), oltre un’ora.

Il problema è che se dico che qualcosa mi emoziona significa che io in quel momento davvero avverto un mezzo capogiro e che, come in un palazzetto dello sport, sento il battito che aumenta e il cuore che mi salta in gola, quasi volesse uscirmi dal petto. Un’emozione forte e bellissima. Destinata a non essere dimenticata. Un’emozione che intender non la può chi non la prova.

In attesa delle nozze, di altri sogni e pensieri felici altrui, ti auguro buon viaggio Senior.

Divertiti. La Cavalleria non servirà.

La Perla Nera

Cosa significa volere il bene di una persona? Perché ci adoperiamo perché le persone a cui teniamo siano felici? Quando vogliamo bene ad una persona perché lo facciamo? Ci aspettiamo forse di essere ricambiati? Perché ci teniamo così tanto affinché quel potenziale mostruoso – che noi vediamo così distintamente – possa realizzarsi?

Non so dare una risposta compiuta. D’altronde spesso anche l’affetto non è raziocinio. È intuito. Al massimo sensibilità. E io, forse perché sono un po’ sordo, sento.

Ma proprio per questo posso dire che ci sono persone che dapprima riusciamo solo a sentire. Come un’eco lontana. E poi, piano piano, riusciamo (o almeno proviamo) a capire.

Per comprendere le persone a cui teniamo però, spesso siamo costretti a destrutturare noi stessi. A fare nostre categorie che non ci appartengono, a uscire dagli schemi, a ribellarci a noi stessi e al nostro modo di pensare. E ci tengo a dire che come ribellione non è poca roba. È tutto questo perché noi crediamo, profondamente crediamo, che in queste persone ci sia un tesoro. Parte di questa meraviglia la vediamo certo, ma sappiamo che è solo la sommità dell’iceberg. Il resto è lì. E ci basta guardare per un attimo oltre l’apparenza per vedere quale sconfinata bellezza c’è in ognuno di loro.

E la verità è che noi pagheremmo perché queste persone parlassero. Non dico tanto, giusto un poco. E invece niente, non parlano. Eppure comunicano. A dirla tutta molto più di me. Solo che lo fanno con i loro tempi e con i loro modi. Con le mani, con una bussola, passeggiando, seduti su di una sedia, a volte dietro provocazione (oppure per sfinimento), magari quando non chiedi. E, quando li osservo, ognuno di questi rituali mi appare bellissimo e prezioso nella sua unicità.

Infine, volere bene a qualcuno ha implicazioni? Secondi fini?

No. Volere bene a qualcuno è fine a se stesso. È come l’amore di un genitore verso un figlio. Non deve e non può averne. E quando il figlio sarà grande bisognerà essere pronti, se vorrà, a lasciarlo andare per la sua strada anche col sorriso, a costo di morirne. Perché altrimenti le implicazioni c’erano e i secondi fini pure. Buonanotte

Esigenze Indifferibili (Cit.)

Quando ero a scuola mi venne dato da leggere un romanzo di Micheal Ende dal titolo “Momo”. Io, che ero stupido allora quanto lo sono adesso, come tutte le cose che mi venivano imposte non lo feci. Qualche anno dopo, per fortuna, lo andai a recuperare e in due giorni lo divorai.

48 ore ben spese.

Sono passati poco meno di 30 anni da allora. Gli insegnamenti del romanzo mi restano scolpiti in mente ma io so di essere figlio del mio tempo, della frenesia quotidiana che lo pervade e non lo posso nascondere. Ma allora quanto vale il tempo? Se il “prezzo” è un indice di scarsità relativa, allora il “tempo” di ciascuno di noi vale oro. E tutta la polverizzazione dei rapporti a cui assistiamo inermi ne è una banale conseguenza. E c’è poco da fare.

Ogni giorno mi sento il protagonista inconsapevole di una guerra dichiarata tra l’attenzione (sacrosanta) da dedicare a chi mi sta di fronte e quella che dedico a chi non può starmi vicino o non ha tempo per farlo. Tutto questo spesso determina parecchi “danni collaterali”.

Messaggi e social networks erodono progressivamente il tempo che dedico a me stesso e, un istante dopo, quello che vorrei materialmente dedicare alle persone a cui voglio bene.

E non dico che tutto questo sia giusto o sbagliato, dico solo che ha un peso sempre più significativo nella mia giornata. E che prendermi un’ora per scrivere o per parlare con un amico con calma (non importa se di giorno o di notte) rischia di diventare sempre di più un lusso.

Un lusso che io non voglio perdere