Se la vita fosse un viaggio…

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Ovvero: semel in anno licet essere se stessi?

Avete mai notato come le persone in viaggio cambino? Soprattutto se questo si svolge per lunghi periodi di tempo oppure, anche brevi, ma in solitaria.
È come se in queste occasioni alcuni cliché che ci siamo cuciti addosso venissero meno. Lasciando pieno spazio al gusto e alle necessità del momento. Con questo nn voglio dire che a casa siamo necessariamente una massa di ipocriti repressi che nn aspettano altro che un viaggio per “sfogare frustrazioni accumulate in settimana ad obbedire” (cit.). Dico solo che la condizione del viaggio in un posto dove nessuno ci conosce e dove magari siamo più rilassati, determina una maggiore serenità nell’essere noi stessi e nello scrollarci di dosso quelle convenzioni in cui nn crediamo – il ché, in definitiva, sarà pure la stessa cosa, ma in quest’ottica mi piace di più. Va bene!?

Mi piace osservare però che ci sn persone che nn hanno bisogno di stare lontani oltre 1000 chilometri da casa per liberarsi di tutte le pippe mentali che in tanti, a diverso titolo, ci hanno messo in testa fin da piccoli.
E così, seppure di martedì grasso e anche se siete a Vienna anziché a Venezia (ognuno Carnevale lo trascorre dove meglio crede), può capitarvi di vedere un ragazzo suppergiù di 25 anni per un metro e ottanta perfettamente vestito da tigre dei fumetti (Motro’ era proprio Tigro) che, con le sue belle cuffie ad alta fedeltà e il suo pelo arancione striato, sale sul tram e si siede come se nulla fosse nell’indifferenza più generale. Un mito.

La verità è che spesso, tranne forse proprio in viaggio o a Carnevale, quelli che portano una maschera siamo noi.

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‘O Cavallo

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Io nn ho fatto il militare. Lo ammetto. Congedo definitivo, richiesto per motivi di studio, ma ottenuto poi per decorrenza termini.
Eppure il militare per me è associato a tre giorni all’Arenaccia, alla caserma Calò, che nn dimenticherò mai.

Tralascio le pruriginose leggende sulle ispezioni intime ad opera di improbabili dottoresse in guanti di lattice – che pure fanno parte della tradizione orale al pari dell’epos di Iliade e Odissea – e mi concentro sul ricordo di quei due giorni e mezzo di giugno quando, con un sole di pazzi, mi trovai alla fine della rampa della Tangenziale di Corso Malta dove si trova la caserma dell’esercito.

L’umanità più varia dei quasi maggiorenni napoletani che era stipata in quel piazzale andrebbe studiata “da uno bravo”. Che di certo, già da una prima occhiata, capirebbe tante cose. Ma andiamo avanti.
Il primo impatto che il preoccupato giovane si trova davanti è il questionario con le domande improbabili: senti cose che gli altri nn possono sentire, vedi cose che gli altri nn possono vedere (e già qui)… Quando ti svegli al mattino ti sudano le mani???
Io vi giuro che, soprattutto a quest’ultima domanda, dopo la palese assurdità delle prime due, ho visto gente letteralmente sbiancare farneticando cose del tipo: ma allora “sto a problema”, solo perché evidentemente erano soggetti a questa seccatura. Ma credo che più di qualcuno alla fine sia andato, morto di paura, dallo psicologo convinto che lo avrebbero chiuso alla Clinica Colucci (la clinica dei pazzi) per poi gettare la chiave.
E sì ma nn era la sola domanda trabocchetto. L’altra mitica era: ti piacciono i fiori? E subito dopo: Vorresti fare il fioraio? Ora, vista così pare semplice, ma nel contorto pensiero dello psicologo delle FFAA, una risposta incoerente alle due domande portava lo stato di allerta della caserma a DefCon 5 (quasi panico) e così molti di noi si ritrovavano al sesto piano dopo ore di attesa a spiegare, senza urtare la sensibilità di nessuno, che se ti piacciono i dolci ma di fare il pasticcere nn te ne frega un tubo (e questo viene accettato dai più), nn capisci perché per i fiori dovrebbe essere molto diverso.

E poi c’era l’altro spauracchio di una generazione di accannati. L’analisi delle urine ma anche il millantato test crinologico. La quantità di pirla che ho visto arrivare rapati a zero in quell’occasione era una bella soddisfazione per me che mi facevo due palle così quando oltre la metà dei miei amici si devastava tra erba e fumo tutte le sante sere. Inutile dire che il test sul capello era una bufala rilanciata da qualche kazzimmuso più bastardo di me. Dio l’abbia in gloria.
Quello che esisteva davvero e pare pizzicasse molti era invece il test fatto attraverso dei piccoli tamponi su cui si faceva pipì. I tamponi erano azzeccati a delle striscette di plastica. Insomma, io nn so come sia successo ma è bastato che saltasse fuori che nn fumavo per ritrovarmi, in men che nn si dica, a fare pipì su qualcosa come 20 striscette di gente terrorizzata da eventuali conseguenze. Una scena surreale.

Per anni, successivamente, l’Arenaccia mi ha visto tutti i 31 dicembre mattina fare il picchetto là davanti mentre tutti pensavano al veglione e io, coltello tra i denti, andavo a fare il rinvio per motivi di studio. Mi riducevo sempre all’ultimo e se nn sono morto in quelle circostanze è stato un vero miracolo perché le bestie che ho visto là manco al Bioparco.

In realtà però le storie più belle provenivano da chi faceva i tre giorni fuori, perché destinato ad andare in Marina, e finiva a La Spezia. Ne ho sentite tante eppure adesso ne ricordo solo una che mi raccontò Giovanna Mesta secondo cui a Spezia in quei giorni c’era un irsuto animale di sua indiretta conoscenza, nome di battaglia ‘O Cavallo, che pensò bene di togliere il sonno ad un povero ragazzino, colpevole forse di averlo infastidito con la sua petulanza, e in riferimento al quale la prima sera si udì un grido a dir poco disumano: Titinaaaaaaaaa (ma perché a La Spezia c’erano le donne in caserma??? Boh!?), dicevo: Titinaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, va’ a piglia’ a latta ‘ra benzina, ca chist’o ‘ppicciammo int’o lietto …stanotte!!! (Trad.: Piccola Concetta, recupera una tanica di benzina che a costui diamo fuoco nel suo letto questa notte stessa…)

È facile immaginare come il poverino nn abbia chiuso occhio per l’intera durata dei tre giorni. Ma forse anche per i tre mesi successivi!

Chi trova un Mac trova un Tesoro…

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Nn ho mai avuto un rapporto facile con la tecnologia. Da piccolo si narra che io abbia distrutto impianti stereo, divelto amplificatori, fatto a pezzi gloriosi Commodore 64 prima e fuso diverse Amiga 500 poi.
Mio padre li aveva comprati nel vano tentativo di fare di me forse un piccolo Bill Gates e io invece giocavo solo a Lotus Turbo Challange, Moto, Monkey Island 2 o banali (ma fichissimi) giochi alla Ghost’n Goblins o Double Dragon.
Insomma nn ero Bill Gates e neppure lontanamente sarei mai stato Steve, Jobs. Eppure, venendo a quest’ultimo, il marchio della mela morsicata presto avrebbe fatto capolino, prima indirettamente e poi in modo prepotente, nella mia vita.

Il mio primo Macintosh in effetti nn è stato mio. Bensì di un personaggio a fumetti della scuderia Bonelli di cui da piccolo leggevo le avventure. Un collega del ben più famoso Dylan Dog. Lui si chiamava Martin Mystere e, già nell’82, aveva un Mac, un Macintosh Plus. Poco più di uno schermo ma pieno di fascino.

Poco più di 3 anni dopo al liceo avrei iniziato a guardarlo distrattamente dalla mitica J. Morgan che, da grande matematica ed esperta della teoria dei giochi, sfoggiava il suo Mac all’interno della comunità scientifica (e “noi” giocavamo più o meno compulsivamente a SimCity per Mac).

All’università l’incontro fulminante. Ospite da un’amica a Milano in una casa di studenti dalle pareti pastello lei, bellissima, mi presenta un piccolissimo (per l’epoca) iBook G4 da 12 pollici. Mai visto così piccolo e così bello. Tutto bianco nel suo guscio indistruttibile.
Colpo di fulmine. Amore a prima vista.

Quando, dopo qualche tempo, mi sn trasferito a Roma mi serviva un computer semplice (ero e sono una capra), piccolo, resistente, che nn fosse soggetto a virus. La scelta fu naturale. Il piccolo G4 sembrava fatto apposta, e nn era neppure molto costoso: meno di 800 mila lire (altri tempi).
Da lì io e il Mac nn ci siamo più lasciati (ce l’ho ancora, nella sua morbida Second Skin Tucano).

Sn passati diversi sistemi operativi, dal Tiger di allora al Mavericks di adesso, e diversi kg in meno (per lui e per me) col MacBook Air, ma la sostanza nn cambia. Io lo amo.

E senza di lui nn solo perderei 8 anni di vita e di lavoro, ma soprattutto mi mancherebbe un Amico.
E, come è noto, io senza i miei amici semplicemente non ci so stare!

Special Thanks a mio padre per avermi fatto giocare e a Luçia e a J.J.M. per avermi fulminato coi loro Mac.
Odio Speciale per i pc del mio ufficio che nn userò mai. Piuttosto vado a rubare e continuo a usare il Mac:
Avìt’a murí!