‘O Cavallo

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Io nn ho fatto il militare. Lo ammetto. Congedo definitivo, richiesto per motivi di studio, ma ottenuto poi per decorrenza termini.
Eppure il militare per me è associato a tre giorni all’Arenaccia, alla caserma Calò, che nn dimenticherò mai.

Tralascio le pruriginose leggende sulle ispezioni intime ad opera di improbabili dottoresse in guanti di lattice – che pure fanno parte della tradizione orale al pari dell’epos di Iliade e Odissea – e mi concentro sul ricordo di quei due giorni e mezzo di giugno quando, con un sole di pazzi, mi trovai alla fine della rampa della Tangenziale di Corso Malta dove si trova la caserma dell’esercito.

L’umanità più varia dei quasi maggiorenni napoletani che era stipata in quel piazzale andrebbe studiata “da uno bravo”. Che di certo, già da una prima occhiata, capirebbe tante cose. Ma andiamo avanti.
Il primo impatto che il preoccupato giovane si trova davanti è il questionario con le domande improbabili: senti cose che gli altri nn possono sentire, vedi cose che gli altri nn possono vedere (e già qui)… Quando ti svegli al mattino ti sudano le mani???
Io vi giuro che, soprattutto a quest’ultima domanda, dopo la palese assurdità delle prime due, ho visto gente letteralmente sbiancare farneticando cose del tipo: ma allora “sto a problema”, solo perché evidentemente erano soggetti a questa seccatura. Ma credo che più di qualcuno alla fine sia andato, morto di paura, dallo psicologo convinto che lo avrebbero chiuso alla Clinica Colucci (la clinica dei pazzi) per poi gettare la chiave.
E sì ma nn era la sola domanda trabocchetto. L’altra mitica era: ti piacciono i fiori? E subito dopo: Vorresti fare il fioraio? Ora, vista così pare semplice, ma nel contorto pensiero dello psicologo delle FFAA, una risposta incoerente alle due domande portava lo stato di allerta della caserma a DefCon 5 (quasi panico) e così molti di noi si ritrovavano al sesto piano dopo ore di attesa a spiegare, senza urtare la sensibilità di nessuno, che se ti piacciono i dolci ma di fare il pasticcere nn te ne frega un tubo (e questo viene accettato dai più), nn capisci perché per i fiori dovrebbe essere molto diverso.

E poi c’era l’altro spauracchio di una generazione di accannati. L’analisi delle urine ma anche il millantato test crinologico. La quantità di pirla che ho visto arrivare rapati a zero in quell’occasione era una bella soddisfazione per me che mi facevo due palle così quando oltre la metà dei miei amici si devastava tra erba e fumo tutte le sante sere. Inutile dire che il test sul capello era una bufala rilanciata da qualche kazzimmuso più bastardo di me. Dio l’abbia in gloria.
Quello che esisteva davvero e pare pizzicasse molti era invece il test fatto attraverso dei piccoli tamponi su cui si faceva pipì. I tamponi erano azzeccati a delle striscette di plastica. Insomma, io nn so come sia successo ma è bastato che saltasse fuori che nn fumavo per ritrovarmi, in men che nn si dica, a fare pipì su qualcosa come 20 striscette di gente terrorizzata da eventuali conseguenze. Una scena surreale.

Per anni, successivamente, l’Arenaccia mi ha visto tutti i 31 dicembre mattina fare il picchetto là davanti mentre tutti pensavano al veglione e io, coltello tra i denti, andavo a fare il rinvio per motivi di studio. Mi riducevo sempre all’ultimo e se nn sono morto in quelle circostanze è stato un vero miracolo perché le bestie che ho visto là manco al Bioparco.

In realtà però le storie più belle provenivano da chi faceva i tre giorni fuori, perché destinato ad andare in Marina, e finiva a La Spezia. Ne ho sentite tante eppure adesso ne ricordo solo una che mi raccontò Giovanna Mesta secondo cui a Spezia in quei giorni c’era un irsuto animale di sua indiretta conoscenza, nome di battaglia ‘O Cavallo, che pensò bene di togliere il sonno ad un povero ragazzino, colpevole forse di averlo infastidito con la sua petulanza, e in riferimento al quale la prima sera si udì un grido a dir poco disumano: Titinaaaaaaaaa (ma perché a La Spezia c’erano le donne in caserma??? Boh!?), dicevo: Titinaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, va’ a piglia’ a latta ‘ra benzina, ca chist’o ‘ppicciammo int’o lietto …stanotte!!! (Trad.: Piccola Concetta, recupera una tanica di benzina che a costui diamo fuoco nel suo letto questa notte stessa…)

È facile immaginare come il poverino nn abbia chiuso occhio per l’intera durata dei tre giorni. Ma forse anche per i tre mesi successivi!

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